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AMBIENTE


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Archivio 2008




Geotermia. Da sola coprirebbe tutti i consumi elettrici Usa

Veleni sotto al letto: bambini a rischio

Fotovoltaico: Italia presto al primo posto

Solo dal mare italiano è possibile produrre energia pari a sei impianti nucleari Epr

Milano: la rivoluzione del geotermico «Oggi anche in centro città»

Energie alternative: creata la foglia artificiale. Riscalda da sola una casa

Il Mediterraneo è una zuppa 
di plastica tossica

Via libera Usa: tra Arizona e California il più grande impianto solare del mondo

Rinnovabili. Meno fulmini e più energia: dall'aria

Plastica killer dell'ambiente 
nell'oceano Atlantico

Grandi progetti solari nei Paesi arabi

L'idea di uno studente inglese: lo sciacquone genera energia elettrica

Dall'eolico energia per il 38% della popolazione italiana

Rifiuti elettronici: le nuove regole

"Dove prendete la carta?"
Confronto editori - Greenpeace

Scaroni: «Il solare è l'energia del futuro, ma non con queste tecnologie»

«Chiudi il rubinetto». Come risparmiare l'acqua nella vita di tutti i giorni

Oggetti green in concorso a New York

Consegna della posta in città sul Free Duck elettrico 

Debutta a Niscemi il primo ecopunto
porti rifiuti da riciclo e ti danno la pasta

L'acqua è potabile? Te lo dice una strisciolina di carta

Dall'eolico al solare: i Paesi del Nord mettono in rete
le fonti rinnovabili


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4 novembre 2011
Geotermia. Da sola coprirebbe tutti i consumi elettrici Usa
Sorprendente risultato di ricerca finanziata da Google

Roma (TMNews) - L'energia geotermica, da sola, potrebbe soddisfare l'intera domanda di elettricità degli Stati Uniti. Secondo nuove stime, sfruttando tutte le risorse, si potrebbero installare oltre 3 milioni di MW: il triplo di tutta la potenza elettrica attualmente installata negli USA e quasi 10 volte quella di tutte le centrali a carbone americane. E, quello che conta di più, per raggiungere questo traguardo basterebbero le tecnologie attualmente disponibili, e le risorse geotermiche situate a profondità inferiori a 6,5 chilometri. I nuovi dati sono il frutto di una lunga ricerca condotta dal Geothermal Laboratory della Southern Methodist University di Dallas (Texas) e finanziata da Google.org, che li ha resi disponibili (per 43 dei 50 Stati USA) in forma di mappe su Google Earth. Per ogni Stato è così possibile a chiunque, con un semplice clic, esplorare le risorse geotermiche, con le rispettive temperature a seconda della profondità. Lo studio ha portato ad una forte rivalutazione della stima delle risorse geotermiche rispetto agli studi precedenti. Secondo gli autori il motivo è dovuto al fatto che la nuova ricerca ha preso in considerazione un numero maggiore di siti: circa 35.000, quasi il doppio rispetto al passato. Inoltre negli ultimi anni sono state sviluppate nuove tecniche geotermiche, in grado di sfruttare a scopi commerciali fluidi geotermici a temperature sensibilmente più basse (anche solo 100 °C) di quanto si potesse fare in passato. In questo modo si ampliano notevolmente le aree idonee allo sfruttamento dell'energia geotermica, comprendendo non più solo alcuni Stati occidentali (come il Nevada, dove sono in servizio anche impianti di Enel Green Power), ma anche estesissime aree degli Stati centrali e orientali.
da www.lastampa.it

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15 settembre 2011
Veleni sotto al letto: bambini a rischio

Un mix di sostanze chimiche pericolose si nasconde sotto i letti nelle case d’Europa, Africa e Asia, composto principalmente da interferenti endocrini, come gli ftalati e il bisfenolo A. Queste sostanze alterano il funzionamento del sistema ormonale e possono essere causa di infertilità, ma anche di alcuni tipi di cancro e di altri problemi, dal momento che incidono sullo sviluppo del sistema nervoso centrale e sul metabolismo.
A rischiare di più sono i bambini, soprattutto quelli europei, che passano fino al 90 per cento del loro tempo al chiuso, dove l’esposizione a queste sostanze, può essere migliaia di volte superiore che all’esterno.
L’allarme arriva da un rapporto intitolato “Casa dolce casa. Polverose sorprese sotto il letto”, appena pubblicato da ChemSec, Segretariato Internazionale delle Sostanze Chimiche, organizzazione non profit che si occupa di dei rischi legati alle sostanze tossiche, e dalla società svedese per la conservazione della natura (Ssnc), e a cui ha partecipato anche l’Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale (A.M.I.C.A.).
I campioni di polvere prelevati sotto i letti in sei Stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, in quattro paesi dell’Africa e in due del Sud-Est asiatico contenevano alcuni ftalati insieme a sostanze come il nonilfenolo che in alcune zone raggiungevano concentrazioni superiori a quelle considerate sicure soprattutto considerando “l’effetto cocktail”. L’esposizione a un mix di sostanze diverse ne potenzia gli effetti avversi.
I paesi europei sono quelli in cui la concentrazione di ftalati è risultata più elevata, per questo gli autori dello studio invitano la Commissione europea a inserire gli interferenti endocrini tra le sostanze candidate a entrare sotto il regolamento Reach, che prevede particolari autorizzazioni e restrizioni per le sostanze chimiche reputate pericolose.
Esistono dosi giornaliere considerate tollerabili per alcune di queste sostanze ma non per tutte: per esempio non esistono studi sufficienti per fissare un limite per i ritardanti di fiamma, i cosiddetti bromurati, di cui però si conoscono i potenziali rischi per la salute. L’effetto combinato renderebbe peraltro discutibili anche i singoli limiti di tollerabilità in quanto ha effetti tossici difficili da prevedere.
La Danimarca, paese all’avanguardia nella difesa dell’ambiente e anche nel sostegno alla chimica verde, ha in programma di proibire la produzione e l’importazione di oggetti che contengano quattro ftalati (BBP,DBP,DEHP e DIBP). Se così fosse si tratterebbe del primo caso al mondo di bando di sostanze chimiche dovuto al loro effetto combinato.
Cosa fanno esattamente queste sostanze e come possiamo proteggerci? Panorama.it lo ha chiesto a Daniela Reali, Professore ordinario di igiene generale applicata alla facoltà di Medicina e Chirugia Pisa, che ha fatto studi proprio sull’attitudine di molecole e composti a comportarsi come estrogeni.
Sono dei deregolatori, sostanze chimiche che per loro struttura mimano il comportamento di ormoni naturali, come gli ormoni tiroidei e gli estrogeni. Il loro effetto è stato dimostrato nelle varie gerarchie evolutive animali: rettili, anfibi, pesci, uccelli. C’è la demascolinizzazione degli animali di sesso maschile con conseguente femminilizzazione e viceversa.
E nell’uomo?
Per gli esseri umani è sospettato che esista lo stesso meccanismo. I principali effetti sarebbero l’aumentata sterilità maschile, l’aumento dell’ipospadia, (dimensioni ridotte del pene) e sono anche stati messi in relazione con il drammatico aumento dei tumori alla mammella.
Perché i bambini sono più a rischio?
Perché di tratta di organismi in evoluzione e quindi più vulnerabili. Figuriamoci i rischi per il feto: il momento più critico è la gestazione. Soprattutto nei primi mesi di gravidanza se la mamma raggiunge una certa concentrazioni di alcune sostanze con gli alimenti e i loro contenitori, i cosmetici, attraverso la cute o per inalazione, queste vanno nel sangue e quindi raggiungono il feto e interagiscono con i meccanimsi enzimatici che decidono l’orientamento verso un sesso o verso l’altro.
Come possiamo limitare l’esposizione?
Non abbiamo molta scelta. Questi interferenti endocrini noi li mangiamo, li beviamo e li respiriamo, sono nella polvere di casa prodotta dai tessuti, dagli animali domestici dal fumo di sigaretta, sono nelle materie plastiche, nelle vernici. Non esiste un materiale migliore di un altro perché tutti vengono in un modo o nell’altro “trattati”. Gli ultimi scoperti, in ordine di tempo, sono stati i ritardanti di fiamma: servono perché rendono i materiali ignifughi ma non si sapeva che avessero rischi di tossicità.
Andrebbero vietati, ma non sono inclusi nel regolamento europeo Reach sulle sostanze chimiche, come mai? 
La normative è indietro rispetto alle conoscenze scientifiche di ormai 20 anni. Si cerca solo la carcenogenicità delle sostanze e sono ancora in corso di validazione i test per stabilire questo aspetto della tossicità, cioè la deregolazione endocrina. Qualche anno fa sembrava che qualcosa si muovesse, ma adesso siamo in un periodo di stasi. Io ritengo che siamo di fronte a una selezione artificiale. E’ vero che viviamo fino a 85 anni, ma oggi si muore anche in una fascia in cui prima la gente viveva. Chi ha una struttura genetico-metabolica che si adatta bene all’esposizione non ne risente, gli altri invece ne pagano le conseguenze. L’unica soluzione è lavorare a monte prima che vengano autorizzati i prodotti.
di marta buonadonna
da www.blog.panorama.it





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16 settembre 2011
Fotovoltaico: Italia presto al primo posto

Entro fine anno l'Italia diventera' il primo paese al mondo per potenza fotovoltaica installata, con 12 GW distribuiti su 300mila impianti. Sono le proiezioni elaborate dall'Ufficio studi del Gestore dei servizi energetici (Gse). L'importanza di questo risultato e' messa ancora piu' in risalto dalla velocita' con cui si e' raggiunto: la maggior parte della potenza e' stata installata negli ultimi tre anni. La capacita' produttiva complessiva raggiungera' i 13,2 GWh all'anno, superando quella di una centrale nucleare che per funzionare a regime avrebbe invece bisogno di almeno dieci anni.
da www.corriere.it

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16 giugno 2011
Solo dal mare italiano è possibile produrre energia pari a sei impianti nucleari Epr

Roma - (Adnkronos)- L'energia elettrica può arrivare anche dal mare, sfruttando la potenza delle correnti e delle onde marine. E, prendendo come parametro gli 8.000 chilometri di coste italiane, il potenziale di produzione di energia elettrica sarebbe pari all'incirca a 6 impianti nucleari Epr. E ancora. Solo dal potenziale delle correnti marine dello Stretto di Messina si potrebbe produrre energia elettrica equivalente al fabbisogno di una città di due milioni di abitanti. Ma non solo.
Con 1.000 chilometri di impianti che sfruttano un valore medio dell'altezza dell'onda del mare, costruiti su opere italiane già esistenti come porti, dighe foranee o dighe frangiflutti o anche costruiti al largo delle coste, si potrebbe ottenere la stessa potenza di produzione energetica di una centrale nucleare Epr da 1.600 Megawatt, la tipologia di impianto prevista nel piano nucleare italiano respinto dal Referendum.
A portare alla ribalta questo grande potenziale energetico che si nasconde nella forza del mare sono stati i massimi esperti italiani del settore riuniti oggi a Roma, al worshop promosso dall'Enea sulle "Prospettive di sviluppo dell'energia dal mare per la produzione elettrica in Italia". Al brain storm, organizzato nell'ambito dell'Accordo di Programma sulla Ricerca di Sistema Elettrico in vigore con il Ministero dello Sviluppo Economico, hanno preso parte scienziati come Vincenzo Artale, responsabile dell'Unità Tecnica Modellistica Ambientale dell'Enea, l'oceanografo dell'Enea Gianmaria Sannino, o Marco Marcelli, fondatore del Laboratory of Experimental Oceanology and Marine Ecology e docente all'Università della Tuscia. Italia ma non solo. L'energia dal mare conta numeri importanti anche a livello mondiale.
Secondo le stime dell'Iea, l'International Energy Agency, il potenziale teorico di energia dal mare è compreso tra i 20.000 e i 90.000 TWh/anno. E già Regno Unito, Portogallo, Norvegia, Stati Uniti, Giappone e Canada investono significativamente in questo settore tecnologico dagli anni '70. Ma se l'esperienza italiana "è sicuramente più recente" non per questo è "meno importante" come ha sottolineato Artale. "Ora bisogna spingere sulla ricerca" ha detto l'esperto dell'Enea esortando soprattutto a "fare sistema" ed a "collegare i centri italiani di ricerca con quelli internazionali".
"Nella produzione di energia elettrica il mare ha potenzialità enormi. Basti pensare alla corrente Levantina che scorre nel Mediterraneo e fuoriesce dallo Stretto di Gibilterra. Questa corrente sposta miliardi di tonnellate d'acqua trasportando con sè energia che dovremmo sfruttare" ha detto l'oceanologo Marco Marcelli dell'Università della Tuscia e del comitato scientifico di www.marescienza.it. Marcelli, da ecologo, ha messo però un paletto. "Sulle coste -ha avvertito- ci sono enormi attività ed ecosistemi da salvaguardare, sono dei beni che il progresso deve tutelare. Per questo va rivisto il vecchio Piano nazionale difesa mare e coste del 1982".
"Questa verifica andrebbe fatta subito, visto l'esito del referendum e la conseguente necessità di un mix energetico che, oltre al sole e al vento, può contenere anche la forza del mare nel rispetto dell'ambiente" ha proseguito Marcelli spiegando che la verifica del Piano "costerebbe appena 1 mln di euro e, se si aggiungono le boe per le misure sperimentali, i costi non superano i 4-5 mln di euro per progredire più velocemente su questa nuova prospettiva energetica". L'Enea, intanto, da alcuni mesi sta mappando le acque italiane e del Mediterraneo, grazie a un finanziamento di 500 mila euro del ministero dello Sviluppo Economico.
Al workshop Enea, inoltre, é stato presentato il progetto Enermar, il primo prototipo di una turbina marina ad asse verticale denominata Kobold, installata nello Stretto di Messina. Inoltre, grazie ad un brevetto italiano, in ulteriore via di sviluppo, di una diga a cassoni denominata Rewec3 (Reasonant Wave Energy Converter), è stato realizzato un dispositivo avanzato per lo sfruttamento dell'energia ondosa. E progetti più recenti vedono un nuovo sviluppo di questo brevetto.
Introducendo la prima giornata dei lavori del workshop, che si concluderà domani, il Commissario dell'Enea, Giovanni Lelli, ha sottolineato l'impegno dell'Agenzia nella ricerca sulle energie rinnovabili e sul clima, di cui fa parte anche lo studio e la valutazione del potenziale energetico delle correnti marine, un impegno, ha detto Lelli, "per rispondere alle sfide tecnologiche poste dalla sempre più impellente necessità di disporre di energie pulite e rinnovabili". Nel corso del workshop all'Enea verrà anche discusso e presentato il Joint Programme 'Marine Renewable Energy' dell'Eera, l'European Energy Research Alliance.

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27 aprile 2011
Milano: la rivoluzione del geotermico «Oggi anche in centro città». Per attingere al calore si scende a 115 metri di profondità. Riscaldamento: costi abbattuti del 79%

Normalmente si preferisce installarli in palazzi di nuova costruzione. Ma, grazie a una tecnologia all’avanguardia, ora gli impianti geotermici (che sfruttano cioè il calore della terra) possono essere realizzati anche in edifici già costruiti. Primo caso a Milano gli immobili di corso Vercelli 23-25 e di via Mauri 6. Qui, con un intervento di riqualificazione energetica che impiega questa fonte rinnovabile, si mira a passare dalla classe G attuale alla B (la A e l'A+ sono possibili solo per gli edifici di nuova costruzione).

PERFORAZIONE - «Normalmente per perforare il terreno sono necessarie torri alte 8-9 metri», spiega Isabella Goldmann, architetto responsabile del coordinamento dei progettisti e della direzione lavori. «Ma utilizzando un moderno macchinario già impiegato negli Usa e nel resto d’Europa, siamo riusciti a ridurre l'altezza a 2,70 metri e a scavare nei garage dei palazzi. Per attingere al calore si scende a 115 metri di profondità e, con l'aiuto di una pompa per i momenti di picco, si ottiene acqua calda ed energia sufficiente per riscaldare (o raffreddare) gli appartamenti. Il tutto abbattendo del 79 per cento i costi di riscaldamento, del 30% il fabbisogno di energia termica e del 70 per cento le emissioni di CO2. Poi, oltre al geotermico, in corso Vercelli saranno realizzati un «tetto giardino» sui garage, un tetto ventilato e una serie di interventi di coibentazione per ridurre gli sprechi energetici.
COSTI - Costo dell’operazione: quattro milioni di euro. Circa 500 euro al metro quadrato, che il Fondo pensioni per il personale Cariplo, committente del progetto, ha sborsato per i lavori, il cui termine è previsto per settembre. Difficile però trovare casi simili a Milano e in Italia: «Per una questione di convenienza di costruttori e di architetti si preferisce realizzare impianti energetici da fonti rinnovabili costruendo ex novo», sottolinea Goldmann. «In realtà basta avere a disposizione macchinari all'avanguardia e garage abbastanza estesi per inserire nel sottosuolo le sonde e il geotermico si può fare anche in palazzi meno recenti».

SCETTICISMO - Più scettici i tecnici di Assimpredil, l’associazione che riunisce i costruttori edili, che spiegano: «Il geotermico è difficile da realizzare perché necessita di scavi in profondità, cosa non facile in città, data la scarsa presenza di vaste aree di terreno libero». Anche sui costi, per Assimpredil, va detto che «sono alti, soprattutto per la fase degli scavi». Tutti d’accordo però nell’affermare che, se le condizioni di fattibilità del progetto sussistono, «l'energia geotermica è una fonte pulita e rinnovabile che permette un grande risparmio in termini di CO2 ed è quindi auspicabile usarla anche in città».
Marta Serafini
 da www.corriere.it

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29 marzo 2011
Energie alternative: creata la foglia artificiale. Riscalda da sola una casa

MILANO - Una foglia artificiale che riscalda un intero appartamento. Alcuni studiosi l'hanno già definita «il Santo Graal della scienza» e affermano che grazie al suo ulteriore sviluppo ogni casa del futuro potrebbe riuscire a produrre autonomamente l'energia elettrica di cui ha bisogno. Questa cella solare, sviluppata da un gruppo di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (Mit) guidato dal professor Daniel Nocera e presentata al 241esimo meeting nazionale dell'American Chemical Society ad Anaheim, in California, è grande più o meno quanto una carta da gioco e riproduce il processo di fotosintesi clorofilliana delle piante trasformando la luce del sole e l'acqua in energia. Ma con una sostanziale differenza: l'energia prodotta dalla foglia artificiale è 10 volte superiore a quella creata dalla fotosintesi naturale.
PAESI IN VIA DI SVILUPPO - Come racconta il tabloid britannico Daily Mail non è la prima volta che degli scienziati portano a termine un'invenzione del genere. Circa dieci anni fa John Turner, ricercatore del «U.S. National Renewable Energy Laboratory» di Boulder, in Colorado, aveva creato il primo prototipo di foglia artificiale, ma il suo costo era troppo elevato e l'energia prodotta era scarsa. La cella del Mit invece risulta davvero singolare: piazzata in un recipiente pieno d'acqua ed esposto al sole essa impiega dei materiali relativamente a buon mercato come catalizzatori fatti di nichel e di cobalto che sono in grado di accelerare le reazioni chimiche e di dividere l'acqua nei suoi due componenti principali, idrogeno e ossigeno. Una volta separati, i due elementi vengono inviati in una cella a combustibile e utilizzati per creare energia elettrica. Gli studiosi stimano che oggi con meno di 4 litri d'acqua la foglia artificiale riesca a produrre l'elettricità necessaria per riscaldare una casa in un Paese in via di sviluppo. Nei test portati avanti dagli scienziati del Mit la foglia artificiale ha dimostrato di poter funzionare continuamente per almeno 45 ore senza alcun calo di attività.
COMMERCIALIZZAZIONE - L'invenzione è pronta per essere commercializzata. Il gigante automobilistico indiano Tata ha già sottoscritto un accordo con i ricercatori del Mit per costruire nei prossimi 18 mesi una piccola centrale elettrica, grande quanto una cella frigorifera. Per adesso lo sguardo è rivolto principalmente ai paesi in Africa e in Asia, ma ulteriori sviluppi di questa tecnologia la potrebbero rendere efficiente anche in Occidente: «Il nostro scopo è quello di fare in modo che ogni casa abbia la propria centrale elettrica - spiega al sito web Wired Daniel Nocera, professore di chimica al Mit - Si possono immaginare interi villaggi in India e in Africa che riescono a produrre tutta l'energia di cui hanno bisogno utilizzando questa nuova tecnologia».
Francesco Tortora
 da www.corriere.it

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5 gennaio 2011
Il Mediterraneo è una zuppa 
di plastica tossica

CARLO LAVALLE da www.lastampa.it
Duecentocinquanta miliardi di microscopici frammenti di plastica galleggiano nel Mediterraneo inquinandolo. La scoperta è opera di un gruppo di ambientalisti e biologi francesi e belgi sostenuta dall'analisi di campioni di acqua marina prelevata nei primi 20 cm di superficie al largo delle coste di Francia, Spagna e Nord Italia. 

Questa inedita attività di ricerca, i cui importanti iniziali risultati sono frutto del lavoro dei laboratori di IFREMER e dell'Università di Liegi, rientra nell'ambito del programma europeo Expedition MED (Mediterranean EnDangered) che prevede quattro missioni esplorative scientifiche, specialmente nelle riserve protette, da realizzarsi entro il 2013 a bordo della barca a vela Halifax con a capo il project manager Bruno Dumontet.

Dopo il primo viaggio - durato 30 giorni e snodatosi nel periodo luglio-agosto 2010 lungo un percorso di 1500 miglia nautiche - le osservazioni effettuate hanno rilevato la presenza di piccolissimi detriti del peso medio di 1,8 milligrammi che più o meno corrispondono alla stima di un volume complessivo di 500 tonnellate di plastica per l'intero Mar Mediterraneo.

In media è stato riscontrato un numero di 115.000 residui plastici per km2 con una concentrazione massima di 892.000 elementi nei pressi dell'isola d'Elba.

Una quantità abnorme, di gran lunga superiore a quanto immaginato in partenza, che suscita serie preoccupazioni sullo stato di salute dell'ecosistema marino. Il fenomeno è allarmante perché mostra il Mediterraneo trasformato in una “zuppa di plastica” in grado di mettere a repentaglio la biodiversità locale e di avvelenare gli esseri umani attraverso la catena alimentare. 

Migliaia di animali marini, tartarughe o uccelli, oltre ad andare incontro alla morte per intrappolamento in grovigli di reti, sacchetti, bottiglie ecc., rimangono vittime dei rifiuti di materiale plastico che, inghiottiti, si depositano nel loro stomaco prima di aver subito un processo di disgregazione. 

D'altra parte, i pezzi di plastica, scaricati in mare in modo selvaggio dall'uomo, una volta decomposti in minuscole e quasi invisibili particelle simili al plancton possono venire ingeriti da pesci e da altri organismi causando, in quanto veicolo di inquinanti organici persistenti (POPs), un calo della fertilità e delle difese immunitarie. 

Uno degli obbiettivi di Expedition MED è misurare attraverso studi specifici l'effettiva pericolosità e l'esatta percentuale in rapporto al plancton dei microdetriti di plastica presenti nelle acque del bacino del Mediterraneo, annoverato tra i 25 principali hotspot mondiali per la biodiversità. 

Attualmente un'equipe di ricercatori di LSEET (Università di Tolona), Ecomers (Università di Nizza) e Laboratoire Sciences Pour l’Environnement (Università di Corsica) cerca di far luce sulle dinamiche, sulla localizzazione e dispersione in mare dei frammenti plastici mentre nell'Università di Genova, insieme agli altri centri partner scientifico dell'iniziativa, sono in corso esami stomacali sui pesci lanterna, raccolti durante la spedizione del 2010, per verificare il livello di intossicazione da plastica di queste piccole prede predilette di tonni e delfini. 

Con le missioni programmate nei prossimi anni che estenderanno la navigazione in altre diverse zone dell'area mediterranea molti aspetti del problema ancora indefiniti o incompresi dovranno essere chiariti dalle ulteriori collezioni di dati e dalle successive elaborazioni. 

Nel frattempo, siccome la posta in gioco è molto alta, implicando il rischio di un progressivo deterioramento delle condizioni ambientali del Mediterraneo, i responsabili di Expedition MED hanno promosso una petizione per chiedere al Parlamento europeo di adottare misure che rafforzino l'uso di imballagi riciclabili e riutilizzabili e che impongano una sistematica applicazione della progettazione ecologica dei beni di consumo.

Allo stesso tempo, è prevista una battente campagna informativa, accompagnata da performance artistiche, nell'intento di sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni sulla portata dei danni provocati dalla plastica all'ambiente marino e sulle ripercussioni a scapito della salute umana così da indurre gli interlocutori a considerare la necessità di ridurre i rifiuti a monte.

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5 novembre 2010
Via libera Usa: tra Arizona e California il più grande impianto solare del mondo

Ad annunciare l'approvazione del progetto è stato il Dipartimento dell'Interno Usa, specificando che il Blythe Solar Power Project verrà costruito dalla tedesca Solar Millennium AG nel deserto Mojave e produrrà mille megawatt di energia solare. da www.adnkronos.com

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27 agosto 2010 -
Rinnovabili. Meno fulmini e più energia: dall'aria
Un progetto brasiliano promette nuova frontiera per energia verde

Roma (Apcom) - L'elettricità di cui è carica l'atmosfera (in un modo che diventa molto evidente quando si scarica a terra dando luogo al fenomeno dei fulmini), potrebbe essere sfruttata come una nuova fonte di energia rinnovabile. È l'obiettivo di un progetto di ricerca condotto da un gruppo di studiosi guidato da Fernando Galembeck, dell'Università di Campinas (Brasile). Il gruppo di ricerca sostiene infatti di aver risolto uno degli ostacoli principali allo sviluppo di questa tecnica, cioè la comprensione dei meccanismi con cui nasce l'elettricità nell'aria. Il suo lavoro ha confermato l'ipotesi che le particelle d'acqua sospese nell'atmosfera non sono elettricamente neutre, come si credeva in precedenza, bensì si caricano quando entrano in contatto con particelle di polvere o di altri liquidi. In futuro quindi, sostengono i ricercatori di Campinas, si potranno sviluppare collettori per raccogliere questa elettricità, in modo simile ai pannelli fotovoltaici nel caso della luce: "Questa nuova e promettente fonte di energia potrà avere un effetto positivo sulla bolletta elettrica simile a quello dei pannelli solari". A differenza dell'energia solare, particolarmente conveniente nei climi secchi, in questo caso le zone più adatte sono quelle umide. Ora il gruppo di ricerca sta studiando quali materiali potrebbero essere i più indicati per realizzare i nuovi collettori. Inoltre, sottraendo elettricità all'atmosfera, si ridurrebbe il numero dei fulmini, e quindi dei danni che provocano ogni anno in tutto il mondo a persone e cose.

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25 agosto 2010
Plastica killer dell'ambiente 
nell'oceano Atlantico
di CARLO LAVALLE da www.lastampa.it

Un enorme ammasso galleggiante di detriti di plastica che sporca e contamina le acque dell'Oceano Atlantico Settentrionale. E' l'oggetto dello studio, pubblicato di recente sulla rivista “Science”, di un team di ricercatori, coordinato da Kara Lavender Law, appartenenti a Sea Education Association (SEA), Woods Hole Oceanographic Institution e alla University of Hawaii. 

La distesa di rifiuti, simile al vortice di spazzatura dell'Oceano Pacifico, meglio conosciuto sotto il nome di Great Pacific Garbage Patch, si è accumulata nel corso del tempo grazie all'azione delle correnti marine superficiali. 

Gli scienziati hanno potuto analizzare il fenomeno avvalendosi dell'attività di monitoraggio dei mari portata avanti anno dopo anno lungo un arco temporale che va dal 1986 al 2008. Durante questo periodo sono stati raccolti e collezionati in 6.100 stazioni, utilizzando anche reti a strascico, circa 64.000 singoli pezzetti di plastica la maggior parte dei quali frammenti di pochi millimetri di grandezza. 

Secondo gli autori della ricerca, i quali descrivono ulteriori dettagli del loro lavoro in un articolo comparso sul Marine Pollution Bulletin, il materiale rilevato e osservato è costituito da polimeri sintetici con basse caratteristiche di biodegradabilità e ci sono prove sufficienti a dimostrare che a contatto con l'acqua marina subisca modificazioni tendendo ad affondare e a depositarsi sul fondale in microscopiche particelle. 

Il che spiegherebbe in parte il permanere di una certa stabilità dei livelli di concentrazione della chiazza di immondizia fluttuante malgrado l'incremento considerevole nell'uso di materia plastica nella produzione mondiale e americana. Si sa infatti che delle milioni di tonnellate di plastica prodotte annualmente, un buon dieci per cento finisce in mare gettata dalle imbarcazioni e dalle piattaforme o proveniente dalla terraferma. E' ragionevole pensare che il surplus inevitabilmente introdotto nell'ambiente oceanico sia precipitato poco a poco nelle profondità del mare senza aver determinato eccessivo accumulo a pelo d'acqua. 

Nondimeno, benché la percentuale di plastica a galla sia inferiore rispetto a quella che si va adagiando a fondo oceano, resta comunque ammucchiata in notevole dose. 

L'Unep, nel documento “Marine Litter. An analitycal overview”, stima che su ogni chilometro quadrato di superficie oceanica galleggino più di 13.000 pezzi di rifiuti plastici. In alcune zone maggiormente compromesse il numero può essere elevato a 400.000 unità per chilometro quadrato. 

L'ecosistema marino paga un duro prezzo per essere trattato dall'uomo come una discarica globale. 

La massiva presenza di plastica in mare, in qualche tratto più diffusa del plancton, fa innanzitutto strage di animali. Tartarughe, pesci, volatili e altri organismi vengono decimati, uccisi da intrappolamento e ingestione. Ogni anno, stando alle cifre fornite da Greenpeace, spariscono oltre un milione di uccelli marini e centomila esemplari di mammiferi. 

Danni ingenti e irreversibili possono essere d'altronde procurati ai fondali e alle barriere coralline. La plastica è altresì in grado di servire da veicolo per il trasporto di specie o microrganismi invasivi in habitat differenti da quelli originari rappresentando una minaccia per la conservazione della biodiversità. Ma il pericolo incombe anche sulla salute umana. Per l'uomo esiste un serio rischio di rimanere esposto agli effetti nocivi delle sostanze chimiche tossiche, contenute nei residui plastici dispersi in mare, attraverso la catena alimentare. Rinvenuti nel cibo i contaminanti sono associabili al processo di degrado ambientale di cui gli esseri umani sono causa.

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26 luglio 2010
L'idea di uno studente inglese: lo sciacquone genera energia elettrica
Il sistema Hydro-Power usa anche l'acqua della doccia e del lavandino. Nei condomini promette grandi risparmi

Milano - Come trasformare acque che andrebbero perse negli scarichi e nelle fogne in energia elettrica gratuita, per illuminare casa e accendere gli elettrodomestici? Uno studente inglese di design industriale ha inventato un sistema che trasforma le acque reflue di casa (che scendono da doccia, lavandini, e dallo sciacquone del wc) in watt. Non un affare da poco, visto che metà del mondo utilizza la toilette e in media lascia scivolare nelle tubature, dopo aver tirato la catena, settemila litri di acqua all’anno. Hydro-Power, questo il nome del progetto, è un generatore di corrente dedicato ai condomini. Collegato alle tubature degli scarichi, si occupa di trasformare e creare potenza. Promettendo costi e soprattutto risparmi interessanti.
IL SISTEMA - L’apparecchio funziona così: l’acqua che scende dalle tubature del palazzo viene raccolta e incanalata nella macchina, che con quattro turbine permette subito di azionare un generatore elettrico e ridistribuire l’energia creata o nel palazzo stesso, magari per azionare l’ascensore, o le luci delle scale, o gli impianti di condizionamento condominiali, oppure può essere rivenduta all’operatore elettrico nazionale, come avviene sempre più con gli impianti fotovoltaici. È stato calcolato che, se applicato a un palazzo di sette piani, potrebbe portare a un risparmio medio annuo di circa millecinquecento dollari.
CONCEPT - Per ora Hydro-Power è solo un concept in attesa di trovare un’azienda che voglia produrlo in larga scala. L’idea è di uno studente inglese, Tom Broadbent, iscritto al corso di design industriale dell’università De Montfort nel Leicester, che ha candidamente dichiarato come l’idea gli sia venuta mentre, in hotel, osservava come l’acqua scorreva velocemente nel gabinetto dopo aver tirato la catena.
Eva Perasso
 da www.corriere.it

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30 giugno 2010
Grandi progetti solari nei Paesi arabi
In Egitto attivo entro l'anno un programma da 140 MW
La più grande centrale al mondo (768 parabole) sorgerà negli Emirati su un'area di 2,5 km quadrati

MILANO - I Paesi arabi stanno capendo che la loro ricchezza non è solo concentrata nel sottosuolo con le risorse di idrocarburi. Ma anche in cielo con la grande quantità di ore di sole di cui beneficiano. Emirati Arabi Uniti ed Egitto hanno infatti in programma grandi investimenti nell'energia solare.
EMIRATI - Sarà realizzata negli Emirati la più grande centrale solare del mondo. Masdar, in partnership con la spagnola Abengoa e la francese Total, costruirà e gestirà il progetto Shams 1, a Madinat-Zayed, 120 chilometri a sud-est di Abu Dhabi. L'impianto si estenderà su di un'area di 2,5 chilometri quadrati e sarà costituito da 768 parabole. Avrà una capacità attesa di circa 100 MW e consentirà di contribuire alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica per una quantità stimata di 175 mila tonnellate all'anno. La costruzione inizierà dopo l'estate e avrà una durata di circa due anni.

EGITTO - Anche l'Egitto attiverà entro l'anno la sua prima centrale solare, una delle quattro al mondo in grado di produrre 140 MW annue di energia. Lo ha annunciato il ministro dell'Elettricità e dell'energia, Hassan Yunis, in una dichiarazione pubblicata dal sito internet del ministero. La centrale, situata a sud del Cairo, sarà collegata alla rete elettrica nazionale. Entro il 2020 l'Egitto punta a ricavare dalle rinnovabili il 20% del suo fabbisogno di elettricità.
da Redazione online corriere.it

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24 maggio 2010
Dall'eolico energia per il 38% della popolazione italiana
Tra dieci anni 23 milioni di persone potranno usufruire di 16.200 MW per i propri consumi elettrici

MILANO - Dall'energia eolica si può arrivare a produrre energia sufficiente per il 38% della popolazione italiana. Lo ha affermato Massimo Daniele Sapienza, presidente di Asso Energie Future. Se la tendenza di crescita del settore eolico in Italia si manterrà simile all'andamento dell'ultimo triennio, 23 milioni di persone entro il 2020 potranno usufruire di 16.200 MW per i propri consumi elettrici.
NUMERI E SVILUPPO - «I numeri parlano da soli e hanno un posto di primo piano dal punto di vista economico e sociale nei processi di sviluppo del Paese», ha spiegato Sapienza. Nel 2009 l'eolico ha chiuso infatti con un nuovo record: 4.850 MW di potenza installata (oltre il 30% in più rispetto al 2008), equivalenti al consumo domestico di 7 milioni di italiani. Nei primi mesi dell'anno in corso la potenza raggiunta dagli impianti è stata di oltre 5 mila MW. Il tutto ha creato nuova occupazione e più di 20 mila persone lavorano direttamente e indirettamente in questo settore. «Le previsioni di crescita e gli investimenti fatti sinora», ha aggiunto Sapienza, «dimostrano che l'energia del vento è pulita, sicura e ampiamente distribuita sul territorio, e soprattutto offre prospettive concrete alla collettività in termini economici e ambientali. Le proiezioni al 2020 vedono impiegate nell'eolico 66 mila persone per impianti che occuperanno solo lo 0,015% della superficie italiana».
SCANDALI - Quanto ad alcuni episodi di cronaca e vicende giudiziarie di cui si parla in questi giorni Sapienza è lapidario: «Non toccano minimamente il ruolo, le potenzialità e il futuro della green energy. La verità è che l'energia eolica può considerarsi a tutti gli effetti energia "pulita" e non solo dal punto di vista ambientale. Un'energia sulla quale si può e si deve investire per garantire uno sviluppo che si coniughi con il benessere».
Redazione online
 da www.corriere.it

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21 maggio 2010
Rifiuti elettronici: le nuove regole
La «spazzatura tecnologica» dovrà essere smaltita in un «ecocentro» comunale

diventa operativo il decreto «uno contro uno»

MILANO - Il telefonino si è rotto. Dove si butta? E qual è il sacco giusto per le macchinine radiocomandate, per l'Ipod e per la lampadina ad alta efficienza? Forse il sacco «resto», quello dei rifiuti non riciclabili? Risposta sbagliata. Il posto giusto per la spazzatura elettronica, cioè i rifiuti da apparecchiature elettriche e elettroniche, a oggi è solo l'ecocentro comunale. Il 18 giugno, però, un decreto legge cambierà tutto.
«UNO CONTRO UNO» – Gli addetti ai lavori hanno soprannominato così il decreto ministeriale numero 65 del 2010, che stabilisce le novità sia per i clienti che per i venditori dei negozi di elettronica. Dal 18 giugno, chi dovrà cambiare il televisore (oppure il frigorifero, la lavastoviglie, il cellulare, il ferro da stiro, il dvd, e decine di altri prodotti elencati a questo link) non dovrà più portarli a proprie spese all'isola ecologica. La vecchia tv sarà ritirata gratuitamente dal negozio dove si acquisterà quella nuova. Quello che fino a oggi era un servizio offerto a pagamento diventa per legge un obbligo per i negozianti, perfino per chi vende online. La spazzatura elettronica sarà poi consegnata ai consorzi di riciclo, che l'anno scorso hanno raccolto 193milioni di rifiuti elettrici. L'entrata in vigore del decreto «Uno contro uno» permetterà di recuperare anche i materiali degli apparecchi della «piccola elettronica», che finora sfuggivano alla raccolta differenziata, finendo quasi sempre per essere buttati nel sacco resto. Dei 193 milioni di rifiuti ritirati, infatti, solo 30 milioni 662 mila sono piccoli apparecchi. La parte del leone la fanno lavatrici, frigoriferi e tv, che insieme raggiungono i 160 milioni di pezzi. Fanalino di coda le lampadine a alto rendimento: l'anno scorso ne sono state raccolte solo 652 mila, eppure, essendo apparecchi che utilizzano il mercurio, metallo molto pericoloso sia per l'ambiente che per la salute umana, è fondamentale che siano portate agli ecocentri, oppure consegnate ai negozi, come appunto prevede il decreto.
LA TV DIVENTA UNA PIASTRELLA – Quello del televisore è forse il caso più virtuoso nell'ambito del riciclo della spazzatura elettronica in Italia. Nel 2009 sono stati venduti circa 7 milioni di televisori, per un totale di circa 80 mila tonnellate di apparecchi. I consorzi di riciclo ne hanno ritirato il 78 per cento, vale a dire che su 100 chili venduti, 78 sono stati recuperati. Un ottimo risultato, che addirittura anticipa il target europeo da raggiungere entro il 2016, che fissa la percentuale al 65 per cento. «Nel 2009 un'azienda di Bologna, il Gruppo Concorde ha realizzato una linea di piastrelle utilizzando il vetro estratto dai vecchi televisori e riuscendo così anche a ottenere un finanziamento dall'Unione Europea» spiega Danilo Bonato, direttore del sistema collettivo «Re.media». Il vetro in questo caso ha sostituito in parte l'impasto del «feld spato», argilla ottenuta tramite escavazioni.
ORO NEL TELEFONINO – Dall'eccellenza alla nicchia: su 100 chili di piccoli rifiuti meno del 10 per cento viene recuperato. Eppure, i cellulari, i notebook e mille altri piccoli prodotti offrono nuovi scenari nella potenzialità del riciclo. Questi apparecchi contengono metalli preziosi, come oro, argento, platino, palladio. Uno studio dell'Istituto per le tecnologie ambientali di Berlino, presentato giovedì all'Ecoforum Raee organizzato dal Consorzio Ecoqual’It, da Tecnoimprese e dalla rivista Ecofocus, rivela che con la tecnologia odierna i tre quarti della quantità di oro e palladio potenzialmente recuperabili finiscono per essere buttati via, persi nei filtri, oppure mischiati ad altri metalli perché i magneti che li estraggono non distinguono, ad esempio, tra oro e ferro. Riuscire a estrarre oro e platino permetterebbe un guadagno di 770 euro a tonnellata di rifiuti. Per farlo occorre affinare le tecnologie di riciclo, usando non dei robot ma operai super specializzati. «Per un “sorting” così preciso forse l'automazione estremizzata non è la risposta giusta» spiega Bonato.

LAMPADINE, EFFICIENTI MA PERICOLOSE– Il mondo dell'illuminazione sta cambiando. La lampadina inventata da Edison, quella col filamento, entro il 2016 sarà fuori commercio. Oggi si va verso il massiccio utilizzo delle lampadine a alta efficienza, l'80 per cento delle quali viene prodotto in Cina. Efficienti lo sono senza dubbio, dato che consumano un quinto rispetto a quelle tradizionali. Tuttavia, contengono mercurio, metallo pericoloso per la salute. Per questo, in caso di rottura dell'involucro, gli esperti consigliano di allontanarsi, di non toccare i pezzi a mani nude e di aerare il locale per circa mezz'ora, dato che il mercurio è un elemento volatile e si diffonde nell'aria. Queste lampadine sono assimilate ai rifiuti elettronici. Quando sono esauste, vanno portate all'ecocentro della propria città, che dovrebbe possedere contenitori adeguati. Oppure, dopo il 18 giugno, potranno essere consegnate ai negozi, acquistandone delle nuove come prevede il decreto «Uno contro uno». «Oggi il riciclo di queste lampadine coinvolge soprattutto il vetro – spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight - Il mercurio estratto viene poi riutilizzato per altri fini, ma non per produrre altre lampadine: servirebbero quantitativi più elevati e concentrazioni adeguate». Il primo obiettivo, tuttavia, sia dell'Unione Europea che dei consorzi di smaltimento, è di evitare la dispersione di mercurio nell'ambiente, in attesa della nuova generazione di lampade, quelle a led, un diodo che produce energia senza bisogno di un metallo pericoloso come il mercurio.
Giovanna Maria Fagnani
da www.corriere.it

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13 maggio 2010
"Dove prendete la carta?"
Confronto editori - Greenpeace
L'iniziativa-denuncia dell'associazione ambientalista al Salone del libro di Torino. Solo il 6% degli italiani stampa su carta sostenibile
di ANTONIO CIANCIULLO

da www.repubblica.it

L'iPad da una parte, la distruzione della foresta pluviale dall'altra. Sono i due scogli in mezzo ai quali dovrà viaggiare nei prossimi anni il libro nelle sua versione cartacea. La prima minaccia ha avuto buona visibilità sulle prime pagine dei giornali, la seconda è stata proiettata sulla giornata d'apertura del Salone del libro di Torino da un rapporto di Greenpeace che ha stilato la classifica Salvaforeste.

Agli editori italiani è stato chiesto se sapevano da dove viene la materia prima che usano: la carta. La maggior parte non lo sa. Cioè non sa ad esempio se nella sua attività quotidiana contribuisce o meno all'incremento dei fatturati dell'Asian Pulp and Paper, il più grande produttore di carta dell'Indonesia e  il secondo a livello mondiale. L'Italia è il maggior cliente dell'Asian Pul and paper, e l'Asian Pulp and paper dagli anni Ottanta a oggi ha distrutto un milione di ettari di foreste nella sola isola di Sumatra contribuendo a fare dell'Indonesia il terzo emettitore  mondiale di anidride carbonica, il più pericoloso dei gas serra. Per ogni tonnellata di cellulosa prodotta da App in Indonesia sono state emesse 34 tonnellate di CO2.

Solo il 6 per cento degli editori italiani (tra cui Bompiani, Fandango, Hacca e Gaffi) stampa i propri libri su carta sostenibile che aderisce al progetto di Greenpeace "Editori amici delle foreste". Il 55 per cento non ha informazioni chiare sulla provenienza della carta utilizzata. In questo gruppo ci sono i principali editori italiani: Mondadori, Rcs Libri, Gruppo Giunti, Gruppo Mauro Spagnol (da soli valgono più della metà del mercato). Un 20 per cento infine si è dimostrato talmente poco interessato al problema da non rispondere: tra questi Feltrinelli.

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6 maggio 2010
Scaroni: «Il solare è l'energia del futuro, ma non con queste tecnologie»

BOSTON - L'energia solare è la rinnovabile del futuro. Ne è convinto l'amministratore delegato dell'Eni, Paolo Scaroni, che ha inaugurato il 4 maggio al Mit di Boston il Solar Frontiers Center per promuove la ricerca sulle tecnologie solari avanzate attraverso progetti che spaziano dai nuovi materiali fotovoltaici alla produzione di idrogeno da energia solare. «Da questo progetto non ci aspettiamo risultati che impatteranno sui nostri conti economici nell'arco dei prossimi anni», ha precisato, «ma certamente il futuro è qui. Ci auguriamo che Eni possa giocare un ruolo importante nelle energie alternative che rimpiazzeranno il petrolio».
SOLARE - «Il petrolio un giorno finirà: non presto, ma in circa cento anni gli idrocarburi non giocheranno più lo stesso ruolo nella nostra vita», ha evidenziato Scaroni spiegando le ragioni che hanno spinto Eni a investire nella ricerca sulle tecnologie solari avanzate. «Alcuni anni fa abbiamo deciso di studiare le tecnologie del solare del futuro e abbiamo lanciato questa iniziativa insieme al Mit, iniziativa che sta andando molto bene», ha aggiunto Scaroni. «I risultati sono molto promettenti: se solo il 10% di quello che ho visto qui a Boston diventasse operativo, si potrebbe cambiare il mondo». Eni ritiene che l'energia solare sia la rinnovabile che darà il maggior contributo in futuro ma, ha detto Scaroni, «la tecnologia solare usata oggi in Europa sembra inefficiente e costosa, serve qualcosa di differente. Le rinnovabili che sono a disposizione oggi non sono la risposta per il futuro: è per questo che dobbiamo studiare e investire».

La prima cella solare su carta (da Cnet)
NUOVE TECNOLOGIE - L'amministratore delegato dell'Eni ha mostrato una cella solare su carta, piccola come il palmo di una mano. «Occorre puntare su progetti come questo, perché le rinnovabili di oggi non sono la risposta del futuro», ha insistito. «Noi non crediamo nelle tecnologie odierne ed è per questo che abbiamo preferito investire in ricerca piuttosto che in progetti». Tra i risultati più notevoli ottenuti finora dal team Eni-Mit, figurano proprio i dispositivi realizzati con materiali nuovi e con possibilità di applicazione completamente originali e in gran parte inesplorate. Per un loro possibile utilizzo commerciali, ha avvertito Scaroni, bisognerà aspettare ancora qualche anno.

PROGETTI - L'alleanza con il Mit ha una durata quinquennale e comporta per Eni un investimento di 50 milioni di dollari. La collaborazione siglata nel febbraio del 2008 tra Eni e il Mit, si legge in una nota di Eni, nei primi due anni ha prodotto numerosi risultati: dalla realizzazione della prima cella solare Mit ultraflessibile alla prima cella solare al mondo stampata su carta; dai progressi nella produzione di contatti metallici allo sviluppo di celle solari che imitano il processo fotosintetico.
Redazione online
da www.corriere.it

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3 maggio 2010
«Chiudi il rubinetto». Come risparmiare l'acqua nella vita di tutti i giorni
Il calcolo dell'«impronta idrica»: per ogni tubetto di dentifricio si sprecano 281 litri
Un progetto di sensibilizzazione al risparmio idrico

Se si riflettesse per un attimo che per ogni tubetto di dentifricio si sprecano inutilmente ben 281 litri d'acqua, passerebbe la voglia di lavarsi i denti. Ovviamente la rinuncia al dentifricio non è un'opzione valida (anche perché costerebbe molto di più la fattura del dentista), ma è un esempio di come la consapevolezza delle nostre abitudini quotidiane, e la loro modifica che non comporta particolari sacrifici, possa costituire un piccolo gesto per aiutare l'ambiente. È quello che si prefigge «Chiudi il rubinetto», un progetto di sensibilizzazione al risparmio idrico rivolto al cittadino con l’obiettivo di informarlo sullo spreco di acqua nella vita di tutti i giorni, a partire da quella che viene utilizzata quando ci si lava i denti, progetto lanciato dalla GlaxoSmithKline e che ha ottenuto il patrocinio dell'assessorato all'Ambiente del Comune di Milano.
IMPRONTA IDRICA - È la quantità d'acqua che viene impiegata per produrre, trasformare, trasportare o smaltire gli oggetti che ci circondano, o per coltivare e allevare ciò che mangiamo. Ecco perché, secondo alcune analisi, l'impronta idrica di un chilo di patate equivale a 250 litri d'acqua, quella di un chilo di carne di manzo a 15.500 litri, un bicchiere di vino a 120 e un chilo di cioccolato a 24 mila litri. Questo per gli alimenti. Per ciò che indossiamo, un paio di jeans equivale a 10.850 litri d'acqua e una maglietta a 2.720 litri.
CONSUMI - In Italia il consumo d'acqua domestico è pari a 250 litri d'acqua al giorno, un dato tra i più alti al mondo secondo Il censimento 2008 delle risorse idriche a uso civile dell'Istat. Mentre sono oltre un miliardo le persone nel mondo che non hanno un regolare e sufficiente accesso all'acqua potabile, secondo il Programma mondiale sull'acqua dell'Onu e anche in Italia si sta accendendo il dibattito sulla privatizzazione della distribuzione dell'acqua potabile. Secondo una recente indagine, per esempio, un milanese su tre beve acqua del rubinetto. Senza parlare degli sprechi dovuti alla rete idrica italiana colabrodo che perde, è stato stimato, un litro su tre. Nonostante questo, nella vita quotidiana possiamo dare il nostro contributo per evitare di sprecarne altra.
Redazione online

da www.corriere.it


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9 febbraio 2010
Oggetti green in concorso a New York

Milano - Neuroni verdi all’opera. Il 25 febbraio prossimo al McGraw-Hill Conference Center di New York, nella ambito della Greener Gadget Competition sarà premiato l’ideatore dell’oggetto più utile per l’ambiente e per lo sviluppo sostenibile. Diciotto le idee in gara, tutte rigorosamente green. E sono gli stessi utenti a votare online il progetto più divertente.
In gara gli oggetti amici dell'ambiente
DAL MOUSE AL CAVALLO A DONDOLO - Al momento, in testa con 15.336 voti, c’è il "Go Mechanical Charger", caricatore per cellulari che sfrutta il calore umano, idea interessante che viene da Elephant designer, società con sede in India, dove il mercato dei telefonini è in continua espansione nonostante la scarsa efficienza della rete elettrica di tutto il Paese. Al secondo posto un timer argentino per bloccare la fornitura di energia delle prese elettriche. Poi molto apprezzato è l’"Aug", sistema di tracciabilità della filiera agroalimentare che via sms fornisce la carta di identità di ogni prodotto. E a proporlo sono stati quattro studenti americani. Tra i meno votati, invece, "Corky", mouse wireless in sughero utilizzabile senza batterie. Poi spazio anche ai bambini con Rocco, cavalluccio a dondolo che immagazzina l’energia cinetica del piccolo cavaliere, realizzato in vari colori con plastica al 100% riciclata e studiando attentamente le abitudini di gioco dei consumatori. E spunti anche per l’edilizia civile con i "Turbine Light", lampioni da strada o autostrada alimentati a vento o con il solo spostamento d’aria provocato dalle macchine che passano.
CERVELLI IN FUGA - Una gara come tante, hanno detto alcuni. Criticando il fatto che nel 2009 il podio fosse tutto a stelle e strisce, nonostante la competizione sia da sempre aperta a designer di tutto il mondo. Ma a rendere particolare la nuova edizione della Green Gadget Competition, c’è la presenza nel collegio composto da undici giurati di un italoamericano, Leonardo Amerigo Bonanni. Questo studente fiorentino di 33 anni, laureato in architettura alla Columbia University e ora dottorando al Mit Media Lab, dove è ricercatore e insegnante di design ecosostenibile, si è fatto notare negli Usa inventando macchine e ridisegnando ambienti e spazi domestici.
Marta Serafini

da www.corriere.it

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6 febbraio 2010 
Consegna della posta in città sul Free Duck elettrico 

Milano - Prende oggi ufficialmente il via a Milano il quadriciclo leggero elettrico Free Duck, adottato dai portalettere di Poste Italiane per la consegna della corrispondenza. Dopo una preliminare fase di sperimentazione avviata prima a Perugia e poi in altre città italiane, si legge in una nota, il Free Duck è capace di ospitare a bordo due persone, con un motore elettrico per la trazione affiancato da un altro endotermico, di piccola cilindrata, che funge esclusivamente da generatore per ricaricare le batterie.

La scelta del Free Duck è stata effettuata da Poste italiane sulla base di valutazioni che tengono conto della sicurezza sul lavoro e di caratteristiche tecniche, come una velocità controllata, quattro ruote con freni a disco e sagoma tale da assicurare un’ampia flessibilità di circolazione. Il mezzo, in linea con le indicazioni europee in fatto di abbattimento dei costi energetici, si inserisce nel più ampio programma «Green Post», coordinato da Poste italiane e finanziato dall’Ue, nel quadro del progetto «Intelligent Energy for Europe» (IEE).

La città di Milano, inoltre, rappresenta un ambito privilegiato per l’utilizzo di veicoli innovativi considerate le recenti decisioni assunte dalla Giunta cittadina mirate a limitare la circolazione dei veicoli per contenere l’inquinamento ambientale. Attualmente i Free Duck sono stati già assegnati a 16 città italiane. Entro l’anno saranno servite le città di Monza, Brescia, Pavia, Mantova, Como e Gallarate.
da lastampa.it

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31 gennaio 2010
Debutta a Niscemi il primo ecopunto, 
porti rifiuti da riciclo e ti danno la pasta

di Dario Prestigiacomo
Niscemi (Caltanissetta) - L´immondizia intesa come una ricchezza e non più come un onere per le tasche dei cittadini e le casse pubbliche. È una sorta di piccola «rivoluzione copernicana» quella contenuta nella strategia commerciale di First, la bottega inaugurata ieri a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, dalla cooperativa siciliana Liberambiente.

Nel linguaggio tecnico si chiama «ecopunto» e dopo la chiusura di quello sperimentale a Moncalieri, quello di Niscemi rappresenta l´unico attualmente in funzione in tutta Italia. In pratica, si tratta di un negozio dove i cittadini potranno vendere o barattare con beni di consumo i rifiuti domestici provenienti dalla raccolta differenziata. Il metodo per la conversione dei rifiuti è fissato con una raccolta a punti. Cento grammi di carta o cartone o ferro valgono 1 punto, cento grammi di plastica valgono 3 punti, cento grammi di alluminio 5 punti. Ogni 70 punti, si possono ricevere mezzo chilo di pasta o 25 centesimi.

L´ecopunto compra al dettaglio dal cittadino e rivende il materiale alla filiera del riciclaggio del Conai, il consorzio nazionale dei produttori e utilizzatori di imballaggi. «L´idea di First - dice Silvia Coscienza, presidente della cooperativa - è nata un anno fa. Esistevano già diverse esperienze simili in giro per il Paese, ma noi abbiamo pensato di aprire un vero e proprio negozio per instaurare un filo diretto con i cittadini. L´idea - continua - è stata accolta con entusiasmo dal comune di Niscemi, che è stato il primo in Sicilia a capire l´importanza di un centro di questo tipo, tanto sotto il profilo economico, quanto da un punto di vista culturale».

Se da un lato, l´ecopunto contribuirà a ridurre le montagne di rifiuti conferite in discarica, che sono il principale problema di tante amministrazioni pubbliche, dall´altro il sistema del baratto, secondo le previsioni dei promotori di First, potrebbe favorire la diffusione della cultura del riuso e del riciclo. «Un centro come l´ecopunto - dicono Mario Meli e Salvatore Vasques, due dei quattordici membri della cooperativa - rappresenta a nostro avviso una forma di controllo democratico della gestione dei rifiuti. In pratica, se il rifiuto viene inteso come un valore da scambiare con generi di prima necessità o con denaro - continuano - è più facile fare responsabilizzare i cittadini. E magari, far comprendere che attraverso il riciclo è possibile ottenere un risparmio energetico che va a beneficio di tutta la comunità e una riduzione dell´inquinamento».

Dopo Niscemi, Liberambiente ha intenzione di aprire un ecopunto in ogni provincia dell´Isola. «Stiamo lavorando a un consorzio di cooperative - dice Silvia Coscienza - Siamo già in contatto con il centro commerciale Forum Palermo e nei prossimi giorni vedremo se anche questa operazione andrà in porto. Del resto, il capoluogo ne avrebbe veramente bisogno».
da www.larepubblica.it

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12 gennaio 2010
L'acqua è potabile? Te lo dice una strisciolina di carta    

Utile senz'altro in diverse situazioni; magari in viaggio se non si è sicuri che l'acqua che si sta per bere sia potabile, ma anche per controllare l'acqua che esce dal rubinetto o dal pozzo di casa.
Certamente utile per tutte quelle popolazioni che ancora oggi vivono in zone dove l'acqua scarseggia o è particolarmente impura.

È una semplice strisciolina di carta che, impregnata con nanotubi di carbonio è in grado di rilevare una tossina prodotta da alghe e batteri nell'acqua potabile.
L'hanno creata gli ingegneri dell'Università del Michigan per un progetto a livello mondiale che ha coinvolto anche la Cina. Sta comodamente in tasca e si presenta come un semplice ed economico test per stabilire se l'acqua è stata contaminata o meno dalla microcistina-LR, una sostanza secreta dai ciano-batteri o alghe blu-verdi.
Il tutto si esegue velocemente – ben 28 volte di più che non i test classici, più complicati – e in tutta sicurezza.
Secondo il dr. Nicholas Kotov, professore dei dipartimenti di Ingegneria Chimica, Ingegneria Biomedica e Scienza dei Materiali e Ingegneria, con il nuovo test che ha le dimensioni di un test di gravidanza da fare in casa, si potranno avere i risultati in soli 12 minuti.
«La sicurezza dell'acqua potabile è una questione di vitale importanza in molti paesi in via di sviluppo e in molte parti degli Stati Uniti. Abbiamo sviluppato una tecnologia semplice ed economico per rilevare le tossine» ha dichiarato Kotov.
Il test è rapido e semplice, ma ha un nome lungo e complicato: "Simple, Rapid, Sensitive and Versatile SWNT-Paper Sensor for Environmental Toxin Detection Competitive with ELISA".
(lm&sdp) da www.lastampa.it

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6 gennaio 2010
Dall'eolico al solare: i Paesi del Nord mettono in rete
le fonti rinnovabili.
di Elena Dusi

Roma - L'"Europa unita dell'energia" sta per nascere dal mare del Nord. E l'elettricità venuta dal freddo sarà completamente pulita: ricavata dal sole, dal mare e dal vento. Seimila chilometri di cavi in gran parte sottomarini collegheranno infatti in un'unica rete le pale eoliche di Gran Bretagna e Danimarca, la centrale a maree della Francia, quella vera e propria miniera di energia idroelettrica che è la Svezia e i pannelli solari tedeschi. A completare il mosaico dei nove paesi della "Rete del Mare del Nord" restano Belgio, Olanda, Lussemburgo, Irlanda. Tutti insieme, puntano a produrre 100 gigawatt di potenza elettrica, quanto basta a far funzionare tra i 30 e i 40 milioni di abitazioni risparmiando la costruzione di un centinaio di centrali a carbone di dimensioni medio-grandi.
Il progetto è stato discusso in una riunione preliminare dai governi dei nove paesi a dicembre in Irlanda e nel vertice sul clima di Copenaghen. Ma è da quest'anno che i piani operativi dovrebbero decollare, per arrivare a pieno compimento nel corso del decennio con una spesa prevista di 30 miliardi di euro. La stampa, soprattutto tedesca e inglese, ha iniziato in questi giorni a far trapelare i dettagli dell'ambizioso progetto, nato per rimediare al tallone d'Achille di fonti energetiche come sole, mare e vento: incostanza e imprevedibilità.
I paesi del mare del Nord hanno ragionato che se in Scozia dovesse mancare il vento, probabilmente le pale eoliche saranno in movimento in Olanda. E se la marea dovesse tardare in Francia o le onde deludere, si potrà sempre far ricorso all'affidabile flusso dalle dighe dei fiordi scandinavi. Come nel caso del pollo di Trilussa, ciascun paese se messo in rete avrà la sua quota di energia garantita dalla statistica. Con la sicurezza di un approvvigionamento costante che val bene il prezzo di migliaia di chilometri di cavi ad alta tensione posati su fondali tempestosi e della dispersione di corrente tutt'altro che trascurabile che il trasporto a così grandi distanze comporta.
Oltre ai nove paesi, il piano prevede la partecipazione della Norvegia nel ruolo di "batteria". Quando l'energia prodotta da mare, sole e vento supererà i consumi, potrà infatti essere usata per sollevare l'acqua e "ricaricare" gli impianti idroelettrici del paese scandinavo. Che sarà pronto a restituire l'energia nel momento in cui la rete del mare del Nord sarà invece con il fiato corto.
L'Europa si troverà così avvolta da una rete elettrica "del freddo" a nord, e da una "del caldo" a sud. Alla sfida del Mare del nord vuole rispondere infatti il Mediterraneo con un mosaico di centrali solari sparpagliate nel deserto del Sahara e oltre, collegate da una ragnatela di cavi ad alta tensione distesi dal Marocco alla Giordania e poi diretti anche in Europa passando sempre per i fondali del mare. Capofila del progetto, battezzato "Desertec" e varato lo scorso novembre, è quella Germania unico paese deciso a investire sulle fonti rinnovabili sia sullo scacchiere nord che su quello sud. Solo unendosi in rete, credono a Berlino, l'Europa potrà superare i problemi di carbone, petrolio e uranio e raggiungere l'obiettivo di Copenhagen: 20% dell'energia da fonti rinnovabili entro il 2020.
da www.repubblica.it

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