luglio/agosto 2009
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La plastica finita negli oceani produce sostanze tossiche
Meno rifiuti e più differenziata, Torino regina del riciclo tra le grandi città. Maglia nera Messina
La "salute" dei mari d'Italia. Balneabile il 96% della costa
Gli italiani tra i più attenti in Europa agli eco-prodotti
Legambiente: Goletta dei laghi, il piu' inquinato e' quello di Como
Allevato un pesce su due
24 agosto 2009
La plastica finita negli oceani produce sostanze tossiche
La plastica finita negli oceani costituisce una minaccia non solo per
il rischio di soffocamento per pesci o uccelli che vi rimangano
impigliati o la inghiottano, ma anche perché rilascia sostanze tossiche
in grado di influenzare la crescita e lo sviluppo delle specie marine.
Come riporta il quotidiano britannico The Independent infatti i
ricercatori dell’università giapponese di Chiba hanno scoperto che la
plastica non è così chimicamente stabile come si riteneva quando si
trova in un ambiente marino e si decompone in modo relativamente rapido
dando luogo a componenti quali il Bisfenolo A e gli oligomeri a base
polistirenica (Ps), sostanze che non si trovano in natura.
In particolare, il bisfenolo è in grado di alterare la normale
regolazione ormonale degli animali; ma anche il polistirolo - il
rifiuto plastico più comune - è in grado di rilasciare numerose
sostanze alcune delle quali carcinogene, come i monomeri dello stirene.
da www.lastampa.it
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11 agosto 2009
Meno rifiuti e più differenziata, Torino regina del riciclo tra le grandi città. Maglia nera Messina
Roma (Adnkronos/Ign)
- La coscienza ambientale degli italiani aumenta, almeno nelle zone
urbane. A segnalarlo sono i dati della raccolta dei rifiuti che
emergono dalla rilevazione annuale dell'Istat 'Dati ambientali nelle
città' nei 111 comuni capoluogo di provincia. L'indagine segnala
infatti, nel 2008, una contrazione della raccolta totale dei rifiuti
urbani dell'1,1% e l'aumento delle quantità di rifiuti raccolti in modo
differenziato di 3 punti percentuali.
Nel 2008 la raccolta di rifiuti urbani infatti è stata pari a 615,8 kg
per abitante (-1,1% rispetto al 2007), confermando l'andamento
decrescente registrato già lo scorso anno. La percentuale di raccolta
in modo differenziato risulta pari a 28,5 (3 punti percentuali in più
rispetto al 2007).
A partire dal 2000 l'andamento è sempre crescente per la raccolta
differenziata, mentre la quantità totale dei rifiuti urbani raccolti
risulta in leggera crescita fino al 2006 e in lieve diminuzione negli
ultimi due anni.
Nel Centro Italia, poi, i capoluoghi di provincia registrano mediamente
i quantitativi maggiori di rifiuti urbani raccolti (662,4 kg per
abitante); il valore risulta pari a 611,8 kg per abitante nei comuni
del Nord e a 578,5 kg per abitante in quelli del Mezzogiorno. Rispetto
al 2007 si registrano per tutte e tre le ripartizioni dei decrementi
pari a -1,1% per il Centro, -0,6% per il Nord e -2,0% per il
Mezzogiorno. Le maggiori quantità di rifiuti per abitante sono state
raccolte, comunque nel 2008, a Olbia (1.049,3 kg per abitante), Rimini
(881,3), Massa (845,9), Forlì (841,8), Ravenna (817,1), Prato (813,4) e
Pisa (810,8). Le quantità minori, invece, sono state raccolte nei
comuni di Villacidro (367,0 kg per abitante), Belluno (398,3), Potenza
(432,1), Avellino (442,1) e Campobasso (448,3).
Analizzando i dati per ripartizione geografica, permangono alcune
differenze tra i capoluoghi relativamente alla percentuale di raccolta
differenziata: nei comuni del Nord risulta mediamente pari al 39,9%, in
quelli del Centro al 25,5% e in quelli del Mezzogiorno al 14,5%.
Rispetto al 2007, si registrano incrementi in tutte le ripartizioni:
+3,3 punti percentuali nel Mezzogiorno, +2,8 punti percentuali nel Nord
e +2,7 punti percentuali nel Centro. Nel 2008 sono 27 i comuni che
hanno raggiunto l'obiettivo del 45% di raccolta differenziata, secondo
quanto disposto dalla normativa, tra questi va citato il comune di
Salerno, che è passato dall'8,6% del 2007 al 48,9% del 2008.
Nei tre gradini più alti del podio ci sono Verbania con 73,5% di differenziata, Novara 72,4%, Asti 63,4%.
Ci sono, invece, ancora 24 comuni capoluogo di provincia per i quali la
percentuale di raccolta differenziata non supera il 15%. In fondo alla
'classifica': Palermo 4,6%, Iglesias 3,8% e Messina 3,1%. Napoli ferma
al 14,5%.
Nel 2008 risulta pressoché invariata la composizione media della
raccolta differenziata per il totale dei comuni capoluogo di provincia:
il 37,3% è costituita dalla carta, il 29,6% dai rifiuti verdi, organico
e legno, il 12,2% dal vetro, il 12,2% dalla voce altro (comprensiva di
ingombranti avviati a recupero, imballaggi in materiali misti, RAEE -
Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche - inerti avviati
a recupero, rifiuti tessili, ecc.), il 5,3% dalle materie plastiche, il
3,1% dai metalli e lo 0,2% dalla raccolta selettiva di pile esauste,
accumulatori al piombo e farmaci.
Inoltre, dai dati emerge che nel 2008 sono stati raccolti mediamente
21,5 kg per abitante (+14,9% rispetto al 2007). Anche in questo caso è
il Nord a contribuire maggiormente al dato medio italiano, con 32,5 kg
per abitante; al Centro se ne raccolgono 18,2 kg per abitante e nel
Mezzogiorno solo 8,8 kg per abitante.
Tra i grandi comuni, quelli che raccolgono le maggiori quantità di
rifiuti urbani sono Catania (784,0 kg per abitante), Venezia (768,5 kg
per abitante) e Firenze (710,2 kg per abitante). Per quanto riguarda la
raccolta differenziata, nel 2008, nessuno dei grandi comuni ha
raggiunto l'obiettivo del 45%. I valori maggiori si registrano per
Torino (41,5%), Verona (40,3%), Milano (35,9%), Firenze (34,4%),
Bologna (34,1%) e Venezia (33,4%). In coda alla graduatoria figurano
Palermo e Catania, per i quali la raccolta differenziata risulta
rispettivamente pari a 4,6% e 10,1%.
Le quantità pro capite di rifiuti raccolti in modo differenziato, anche
per le singole tipologie, sono maggiori nei capoluoghi con meno di 250
mila abitanti, a eccezione della carta le cui quantità raccolte nei
grandi comuni sono mediamente di poco più alte.
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8 agosto2009
La "salute" dei mari d'Italia. Balneabile il 96% della costa
I dati del monitoraggio da parte del Ministero della Salute
Secondo i dati raccolti dal Ministero della Salute le coste italiane
sarebbero balneabili per il 96%, una cifra che fa pensare che l'acqua
dei mari italiani sia pulita.
La costa italiana nel totale è lunga 7.375 km. Di questi sono stati
sottoposti a controllo 5.175 km. Dai dati acquisiti si è stabilito che
4.969 km sono balneabili. Il restante 4% della costa non monitorata
appartiene a luoghi non accessibili o perché in prossimità di porti o
foci di fiume.
I dati raccolti risalgono a prima dell'inizio del periodo vacanziero e
quindi non tiene conto della possibile eventualità che alcune zone
possano essere inquinate durante il soggiorno dei turisti. Ogni anno
vengono analizzate le zone costiere e può anche capitare che quelle che
un anno sono state giudicate non balneabili divengano balneabili l'anno
successivo grazie magari ad interventi sul territorio o di bonifica.
Allo stesso modo, i dati sono continuamente aggiornati in base ad
eventuali Ordinanze comunali o a seguito di controlli eseguiti dalle
Agenzie Regionali per l'Ambiente. Per essere sempre informati sulla
situazione è possibile consultare il sito del Ministero all'indirizzo: www.ministerosalute.it/balneazione/balneazione.jsp
(lm&sdp)
da lastampa.it
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30 luglio 2009
Gli italiani tra i più attenti in Europa agli eco-prodotti
Gli europei sempre più attenti all’impatto ambientale dei prodotti
acquistati, 4 su 5 ci pensano al momento di fare la spesa; però solo in
tre Stati membri dell’Ue risulta “molto importante” per oltre la metà
della popolazione: in Italia (54%), in Grecia (58%) e a Cipro (57%). È
quanto evidenzia un sondaggio Eurobarometro diffuso dalla Commissione
Ue.
E la qualità del prodotto? Conta per l’82% dei greci, il 75% degli
italiani, contro una media Ue del 67%. Mentre il prezzo è rilevante per
il 90% degli italiani, in linea con la media europea dell’89%. Oltre la
metà di maltesi, romeni e italiani affermano di prendere sempre in
considerazione l’efficienza energetica (60%, 53% e 52% rispettivamente)
di prodotti che consumano carburante o elettricità, contro una media Ue
del 40%. L’eco-etichetta di un prodotto poi è importante per il 56%
degli italiani, rispetto al 47% degli europei.
Quando però si tratta di giudicare le azioni più utili all’ambiente,
l’opzione di ridurre i rifiuti e riciclare viene scelta solo dal 20%
degli italiani, contro una media europea del 30%. Optano per l’acquisto
di prodotti amici dell’ambiente il 26% degli italiani, contro una media
del 21% degli europei. Viaggiare meno e adottare mezzi di trasporto
sostenibili viene preferito dal 31% degli svedesi, seguito dal 20% di
italiani, inglesi e finlandesi, contro una media europea del 15%.
Quanto alle eco-tasse, il 34% degli italiani pensa ad una combinazione
di riduzione delle imposte sui prodotti ecologici e aumento per quelli
più nocivi, mentre un altro 34% solo a ridurre quelle per gli
eco-prodotti. Otto su dieci, invece, sono a favore di un’etichetta sui
prodotti che indichi le emissioni di CO2, dalla produzione allo
smaltimento.
da lastampa.it
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30 Luglio 2009
Legambiente: Goletta dei laghi, il piu' inquinato e' quello di Como
Milano - Acque inquinate in 14 punti sul lago di Garda, dove le analisi
hanno rilevato una concentrazione di batteri fecali al di sopra dei
limiti di legge. Sei sono sulla sponda lombarda, 2 su quella trentina e
infine gli altri 6 sulla costa veneta. Sui quattordici laghi italiani
monitorati da Legambiente, in 6 regioni, alla fine sono stati 65 i
campioni risultati inquinati. Tra i bacini più grandi la maglia nera
nazionale va al lago di Como - con 15 punti critici, in media uno ogni
11 km di costa - e all'Iseo - con 9 campioni fuori dai limiti,
mediamente uno ogni 7 km. Questo il bilancio complessivo al termine
della sesta e ultima tappa della Goletta dei Laghi, la campagna per il
monitoraggio e l'informazione dei bacini lacustri realizzata da
Legambiente. I punti critici sulla sponda lombarda del Lago di Garda
sono tre: Desenzano, Limone del Garda e Tignale. (RCD)
da corriere.it
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29 luglio 2009
Allevato un pesce su due
La Fao denuncia: "Troppo sfruttato il 40% dei mari, Mediterraneo sul baratro"
Gian Antonio Orighi
Madrid
Lo sfruttamento dei mari è al limite, denunciano le organizzazioni
internazionali, e l’unica scelta, se vogliamo ancora pesce in tavola, è
l’acquacoltura. Visti i tassi di crescita, potrebbe presto diventare
l’unica fonte di prodotti ittici, persino a buon mercato. Un recente
rapporto della Fao, l’ente dell’Onu sull’alimentazione, calcola che nel
2006 il 47% dell’intero consumo mondiale giungeva dalle «fabbriche del
pesce». Nel 2002 era 13,2%, e appena il 6% nel 1970.
«L’acquacoltura è il settore alimentare che sta più crescendo nel mondo
- spiega il professor Uxío Labarta del Csic, il più prestigioso ente
scientifico spagnolo -. Bisogna creare però un modello di crescita
sostenibile perché la piscicoltura danneggia gli eco-sistemi
litoranei». In ogni caso, l’allarme della Fao lascia poche vie
d’uscita, anche perché alla fine del XXI secolo gli abitanti del
pianeta saranno 9 miliardi. «Il 19% delle risorse è ipersfruttato, il
20% è moderatamente sfruttato, l’8% è esaurito, il 52% è dentro limiti
di cattura sostenibile, l’un per cento in via di recupero», denuncia
l’agenzia delle Nazioni Unite.
L’allarme arriva anche dalla Ue, che nel documento «Riflessioni sulla
Politica Ittica Comune» sottolinea: «L’80% delle nostre riserve è
pescato così intensivamente che il suo rendimento è ridotto». E la
ecologista Oceana aggiunge: «La pesca eccessiva ha svuotato i mari
europei, il 69% delle nostre riserve sono in via di esaurimento».
Greenpeace ha poi stilato la lista di 15 specie che diventeranno
introvabili: pescatrici, gamberoni, tonni, sogliole.
Ogni anno vengono pescate oltre 90 milioni di tonnellate di pesce, ma
nel Mediterraneo soltanto 1,5. Per goderci squisitezze come branzini e
rombi, salmoni e orate, dovremo sempre più affidarci a «stabilimenti»
come quello di Mira, in Portogallo. Inaugurato lo scorso 21 giugno,
proprietà della maggior multinazionale spagnola, Pescanova, è la più
grande «fabbrica di pesce» al mondo in mare aperto: 3,5 km di
lunghezza. La produzione di rombi prevista per quest’anno è di 3500
tonnellate, l’anno prossimo raddoppierà.
Sempre Pescanova (che ha fatturato nel 2007 1,3 miliardi di euro) sta
per lanciare, stavolta sulle coste del Monzambico, una maxi-«fabbrica»
di pangasio, pesce vegetariano «low cost» di acqua dolce: vuole
portarne sul mercato 10 mila tonnellate annue. «La popolazione mondiale
aumenta, consuma sempre di più pesce, noi soddisfiamo questa richiesta
- rivendica Enrique de Llano, responsabile all’Acquacoltura della
holding iberica -. Consumiamo ogni anno 2 milioni di tonnellate di
salmone, quantità che non sarebbe mai possibile pescare nei mari».
E il sapore? Be’, i palati più raffinati dovranno accontentarsi.
«Nell’alta cucina, non concepiamo altro pesce che quello selvaggio che
sa di iodio, di alghe», sospira il grande chef basco Andoni Luis
Aduriz. Non tutti comunque sono così critici. «In assaggi alla cieca, è
impercettibile la differenza tra un rombo pescato ed uno di
piscifattoria», assicura De Llano.
Il problema è che per garantire la produzione, bisogna nutrire i pesci
d’allevamento (12 razioni al giorno) con farina di pesce.
«L’acquacoltura ha una faccia nascosta e non è una alternativa alla
pesca industriale per il suo consumo di farine, con i suoi scarichi non
depurati e per la sua occupazione dei migliori posti della costa»,
accusa l’organizzazione ambientalista galiziana Adega. Ribatte Labarta:
«Il 70% delle farine di pesce è destinato alla produzione avicola e
suina, la cui sostenibilità non è messa in discussione da nessuno».
da lastampa.it
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