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NUTRIZIONISTA




Il ministero della Salute: bollite il latte crudo

Muffe e pesticidi nei cibi per bambini, l'allarme dei pediatri

Devo mangiare più pesce per i suoi grassi buoni. O meno, perché é inquinato?

Additivi, se li (ri)conosci 
impari a farne a meno

Troppe calorie con il latte in polvere

Come riempi il «cestino» a tuo figlio?

Nei fast food il più' usato è l'olio di mais

Etichette confuse, spesso ingannevoli, i consumatori chiedono più chiarezza

Poco iodio nella dieta delle gestanti

Succhi sì, però la frutta è un'altra cosa

Mangiare con mamma e papà per imparare le buone abitudini


Studio americano: qual’è la porzione giusta?

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11 gennaio 2012
Il ministero della Salute: bollite il latte crudo
La raccomandazione dopo i 18 casi di contaminazione in Piemonte.

Il latte crudo va bollito. Questa la raccomandazione del ministero della Salute dopo i 18 casi di presenza di batteri patogeni nel latte crudo erogato dai 178 distributori del Piemonte nel 2011.
Per il dicastero ''si può perciò scegliere con tranquillità di acquistare indifferentemente il latte già trattato termicamente presso gli impianti industriali (pastorizzato o UHT) o il latte crudo, purché in quest'ultimo caso il consumatore, parte attiva nella sicurezza dei prodotti, rispetti l'indicazione di consumare il latte solo dopo bollitura, eliminando l'eventuale presenza di agenti patogeni che possono essere presenti nel latte pur nel rispetto di tutte le norme igieniche, e evitando così che gli eventuali pericoli microbiologici si trasformino in rischi reali per la sua salute''.
Bastano 15 secondi a 75 gradi
Bollendo il latte crudo, però, si distruggono tutte le proprietà organolettiche del prodotto, rendendo praticamente inutile il suo acquisto. In realtà, esiste una "via di mezzo", che consente di evitare ogni rischio "limitando" la perdita dei nutrienti, che comunque resta ed è significativa. Per eliminare più del 90 % dei batteri eventualmente presenti nell'alimento è sufficiente portare il latte a una temperatura di 75 gradi per 15 secondi: lo stesso procedimento che viene fatto con la pastorizzazione industriale. Per conoscere la temperatura del liquido è necessario munirsi di un termometro da cucina, in vendita nelle ferramente e nei negozi di casalinghi.
da ilsalvagente.net

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28 settembre 2011
Muffe e pesticidi nei cibi per bambini, l'allarme dei pediatri
L'allerta della Fimp. Le analisi de Il Salvagente avevano già svelato il caso della pasta

Attenzione ai cibi per bambini, se non sono quelli “specifici” per la fascia da 0 a 3 anni. Il monito arriva dalla Federazione italiana medici pediatri, riunita a Torino per il congresso nazionale, e rilancia un’allerta già lanciata da Il Salvagente sugli alimenti che “si spacciano” per bambini, ma in realtà non lo sono.
Limiti diversi a seconda dei destinatari
"L’Italia rappresenta il paese regolato dalla normativa più stringente e puntuale dell’alimentazione per l’infanzia”, si legge in una nota della Federazione. “La legge tollera la presenza di ridotte quantità di micotossine, metalli pesanti e pesticidi. Ma distingue tra adulti e ‘children’, imponendo per questi ultimi limiti molto più ristrettivi vicini allo zero analitico”.

Muffe, tossine e disserbanti
Nella nota si cita il caso del deossinivalenolo, sostanza sgradita il cui limite negli alimenti tradizionali è di  750 parti per miliardo (ppb), ma scende per i ‘baby food’ a 200 ppb. Dove per ‘baby food’, si intende la categoria di alimenti dedicata ai bimbi da 0 a 3 anni. Ma lo stesso discorso vale per muffe, tossine, e disserbanti.

Il caso della pasta di piccolo formato
Quel che è peggio, però, è che da alcuni anni sono stati introdotti sul mercato alimenti che “sembrano” dedicati ai più piccoli, ma rientrano in realtà nelle categorie per adulti, come le paste di piccolo formato.
Una novità che spesso trae in inganno i genitori, ma che non preserva la salute dei più piccoli. Come hanno rivelato le analisi commissionate da Il Salvagente, infatti, questi prodotti alimentari fanno riferimento alla legislazione che riguarda gli alimenti per adulti, e presentano dunque livelli più alti di sostanze indesiderate. L'unica azienda ad essersi adeguata, per il momento, è la Barilla, che sulle confezioni di pasta della linea "Piccolini", ha inserito l'avvertenza "per i consumatori sopra i 3 anni".

La Fimp avvia un monitoraggio
Quanto alla Fimp, la federazione ha annunciato di avere costituito un sistema di monitoraggio, disponendo una serie di analisi su altri prodotti per adulto “spacciati” da baby food. Oltre alla pasta, biscotti, merende e succhi di frutta.

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20 settembre 2011
Devo mangiare più pesce per i suoi grassi buoni. O meno, perché é inquinato?

Leggo spesso che dovremmo mangiare meno carne e più pesce, per meglio salvaguardare la nostra salute ma, nello stesso tempo, sento dire che il pesce è un alimento particolarmente a rischio per la presenza di contaminanti. Qualche giorno fa, poi, mi è capitato di leggere che il depauperamento ittico dei mari rappresenta la maggiore minaccia per il futuro del nostro pianeta. Insomma, dovremmo mangiarne più pesce o mangiarne meno? E come regolarci nella scelta? A quali pesci dare la preferenza e quali, eventualmente, sarebbe meglio evitare?

Risponde 
Catherine Leclercq, ricercatrice Inran, Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione:

Proprio nel 2010 la Fao (la sezione delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione e agricoltura) e l'Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, hanno chiesto ad un gruppo di esperti di confrontare i rischi e i benefici del consumo di pesce considerando da una parte l'apporto nutrizionale e dall'altra la presenza di contaminanti (in particolare metilmercurio e diossine). Il pesce, oltre ad essere una fonte proteica, contiene alcuni acidi grassi molto importanti. Il nostro organismo ha una scarsa capacità ad allungare la catena degli acidi grassi omega 3 a catena corta, che troviamo in alimenti di origine vegetale, per formare l'EPA e il DHA, acidi grassi a catena lunga, che si trovano invece già preformati proprio nel pesce. Poiché questi ultimi sono necessari per uno sviluppo neurologico ottimale, il consumo di pesce è importante in particolare nelle donne in gravidanza, in quelle in allattamento e nella prima infanzia. Inoltre questi grassi proteggono dalle malattie cardiovascolari e per questo nelle Linee guida per una sana alimentazione italiana dell'Inran (Istituto nazionale per la ricerca sugli alimenti e la nutrizione) si consiglia a tutta la popolazione di consumare pesce 2-3 volte alla settimana.

Il rischio legato ai contaminanti diventa significativo nel caso dei grandi pesci predatori che li accumulano perché vivono più a lungo e si nutrono di altro pesce. Si consiglia quindi alle donne in gravidanza e in allattamento e ai bambini piccoli di non consumare più di una piccola porzione settimanale (non superiore a 100 gr) di grandi pesci predatori (quali il pesce spada) e, se la si consuma, di non mangiare altro pesce nello stesso periodo. Si consiglia inoltre a queste fasce di popolazione di non superare due porzioni settimanali di tonno. Anche l'aspetto ambientale va preso in considerazione. In un simposio Fao del novembre 2010 è emersa la raccomandazione a prendere in considerazione la sostenibilità quando si definiscono gli obiettivi nutrizionali. Da questo punto di vista incrementare il consumo di pesce non è proponibile, vista il depauperamento dei mari. Molte specie sono sparite ed altre sono talmente sfruttate da creare problemi all'ecosistema.
Anche i pesci di allevamento pongono problemi ambientali: per produrre la farina di pesce che serve da mangime si impoveriscono gli stock ittici del mare. Inoltre gli allevamenti rilasciano nell'ambiente acque contaminate (dalle deiezioni degli animali, dai farmaci veterinari). Il consiglio è quindi di limitare il consumo di specie in grave declino (pesce spada, tonno) e di specie che devono essere allevate o importate, privilegiando invece specie dei nostri mari e scegliendo piccoli pesci azzurri (sardine, alici) che tra l'altro sono particolarmente ricchi di EPA e DHA. In futuro le linee guida per una sana alimentazione di tutti i Paesi dovrebbero essere stilate prendendo in considerazione la copertura dei fabbisogni in nutrienti, la prevenzione delle malattie croniche degenerative, la riduzione dell'esposizione a sostanze potenzialmente tossiche e l’impatto ambientale.
da www.corriere.it

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21 febbraio 2010
Additivi, se li (ri)conosci 
impari a farne a meno
L'Agenzia europea li passa al setaccio. Primo taglio: per tre coloranti ridotte le dosi ammesse

Milano - Un nuovo campanello d'allarme sta suonando nei confronti dell'uso di additivi chimici nei cibi che siamo abituati a portare in tavola. Di recente, l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), dopo un'attenta valutazione scientifica, ha riconosciuto che tre coloranti abbondantemente usati in molti alimenti di origine industriale, possono essere pericolosi per chi li mangia, soprattutto se si tratta di bambini, e ha quindi ridotto per questi additivi le dosi giornalmente ammissibili. I nomi: giallo di chinolina (E104), giallo tramonto (E110), rosso cocciniglia A (E124). Ad aprire il caso, uno studio dell'Università di Southampton, in Gran Bretagna, che aveva accusato ben sei coloranti (compresi tartrazina o E102, azorubina/carnoisina o E122 e rosso allura AC o E129) di provocare iperattività nei bambini. Ora la revisione scientifica di tali studi ha ridimensionato le cose. Ma vediamo in che termini.
PROVE DI TOSSICITÀ - È importante sapere che sulla base delle prove di tossicità, a ogni additivo è assegnata una DGA o Dose giornaliera ammissibile, cioè la quantità che, in relazione al peso corporeo, può essere assunta nella dieta tutti i giorni senza che si possano prevedere rischi per la salute, in base allo stato attuale delle conoscenze. Ebbene, il panel dell'EFSA, ha ora smentito il sospetto che i sei additivi in questione possano essere coinvolti con disturbi del comportamento infantile. Ha confermato le DGA per l'E102, E122, E129, perché non ha evidenziato ulteriori rischi, pur con l'avvertimento che molti bambini che consumano grandi quantità di alimenti con questi additivi possono superare le DGA previste. Invece, come ha dichiarato John Larsen, presidente del panel di esperti per Additivi alimentari dell'EFSA: «E' stata ridotta la DGA per tre coloranti allo studio per differenti ragioni specifiche di ciascuno dei composti, benché abbiamo escluso possibili effetti sull'iperattività». Ora, il percorso perché questo super parere scientifico venga accolto a livello di istituzioni europee e tradotto in una riduzione a livello nazionale non sarà breve: proprio per questo, è di particolare importanza che i consumatori leggano bene le etichette dei prodotti che mettono nel carrello della spesa, per riconoscere sulle confezioni i coloranti incriminati. «L'uso di queste sostanze è particolarmente frequente — spiega Catherine Leclercq, ricercatore dell'INRAN e membro del gruppo di studio dell'EFSA per la sicurezza di uso degli aromi — perché il colore dei cibi influenza direttamente la percezione del gusto. Per esempio, una caramella al gusto di fragola piace di più se è rossa, piuttosto che bianca».
NELLE BIBITE - È per questo, sottolinea Leclercq, che «l'uso di coloranti è sempre più diffuso in moltissimi alimenti, per esempio in bibite che richiamano i succhi di frutta, ma che in realtà sono per lo più acque colorate. E coloranti si trovano spesso anche in simil-yogurt, prodotti che sembrano yogurt ma che non possono chiamarsi così e che contengono anche addensanti e aromi. Vale la pena di ricordare che certi aromi sono usati anche in latti di proseguimento e in prodotti a base di frutta per bambini sotto l'anno di vita». In realtà l'intera gamma degli additivi (dagli edulcoranti ai conservanti, agli esaltatori di sapidità ecc, secondo lo scopo per cui sono utilizzati) e degli aromatizzanti è in fase di revisione critica. L'EFSA ha il programma di rivalutare la sicurezza di ciascuno delle migliaia di additivi consentiti a livello europeo, per capire meglio che influenza possono avere su tutti gli aspetti della salute».
ALLERGIE - Incluse, per esempio, le allergie. Già, perché a questo proposito oggi non si sa quasi nulla. «Ma è certo che il 7% delle allergie nei bambini sotto i 3 anni e il 3% negli adulti è di origine alimentare, mentre per le allergie e intolleranze agli additivi non disponiamo di dati sicuri. In pratica, ciascuno di noi mangia una sessantina di additivi al giorno e in quantità ignote — afferma Matteo Giannattasio, consulente del servizio di allergologia dell'Ospedale dermatologico San Gallicano di Roma e coautore, con Carmen Rucabado Romero, della nuova guida "Gli additivi alimentari" (Edizioni L'Aratro): una vera mappa per districarsi nella giungla di questi composti chimici privi di valore nutritivo, ma utili per aprire il mercato a gran parte dei prodotti che mettiamo nel carrello della spesa. «Ma ci vorranno anni per rivedere tutti gli additivi — ammette Andrew Cutting —. E' la prima volta che uno studio sistematico di questo tipo viene affrontato a livello europeo. Abbiamo cominciato con i coloranti e l'ordine della revisione sarà deciso dalla Commissione europea e dall'EFSA». Intanto, per evitarli, un paio di consigli utili: scegliere le confezioni che in etichetta non riportano E varie e nomi strani in coda agli ingredienti. E bere acqua.
Roberta Salvadori

da www.corriere.it

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26 gennaio /2010 
Troppe calorie con il latte in polvere  
Rischio obesità per i neonati allattati artificialmente

Potrebbe essere colpa delle dosi indicate in etichetta, fattostà che i neonati allattati con latte artificiale possono assumere troppe calorie rispetto al proprio fabbisogno nutrizionale.
Ecco quanto emerge da una ricerca condotta dall'Helmholtz Zentrum München in collaborazione con l'INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) e parte del progetto europeo CASCADE. I risultati sono stati pubblicati sul "International Journal of Food Sciences and Nutrition".

Dall'analisi condotta su 22 formulazioni di latte in polvere tra cui prodotti vaccini, ipoallergenici e di soia, liquidi e in polvere, si è stimato che un neonato potrebbe assumere ogni giorno fino al 24% di calorie in più rispetto alle raccomandazioni nutrizionali.
Per il 90% dei prodotti esaminati il rischio di assumere troppo latte è apparso evidente a causa del fatto che le quantità di prodotto da utilizzare e indicate in etichetta per le diverse età sono superiori alle raccomandazioni. Si arriva fino al 17% in più del fabbisogno energetico per i neonati di 4 mesi. Altra sorpresa è stata che il misurino ha in realtà una capacità maggiore di quella dichiarata di circa 0,5 g/misurino. Avviene così che una combinazione di dosi "consigliate" in etichetta più l'aumento di prodotto contenuto nel misurino il bimbo al 4° mese riceve un surplus calorico giornaliero di circa il 7% rispetto al reale fabbisogno.

In un comunicato dell'INRAN la dr.ssa Raffaela Piccinelli, nutrizionista che ha realizzato il campionamento dei prodotti nei vari Paesi europei spiega: «Lo scopo originale della raccolta di prodotti per l’infanzia era la valutazione dell’esposizione agli interferenti endocrini in bambini da 0 a 9 mesi. Poi, come spesso succede quando si fa ricerca, sono state fatte anche altre misurazioni che hanno portato a risultati non meno interessanti. Nello studiare le etichette delle formule lattee per i primi 4 mesi, si è visto che i misurini e le indicazioni riportate in etichetta potevano portare ad assunzioni eccessive di calorie. Per ovviare tale situazione si suggerisce di aggiungere in etichetta il consiglio ai “preparatori” dei biberon di verificare almeno una volta, per pesata, che l’insieme dei misurini utilizzati corrisponda effettivamente alla quantità di formula lattea prescritta dal pediatra. Inoltre, nelle istruzioni dovrebbe sempre essere indicato che il misurino va riempito “raso” e comunque non “pigiato”, come alcuni familiari e/o assistenti inesperti fanno nell’intenzione di nutrire meglio il bambino».
Il risultato di questa pubblicazione potrebbe avere implicazioni per la salute dei neonati, come spiega Catherine Leclercq, responsabile scientifico per l’Italia del progetto CASCADE: «Innanzitutto va ricordato che le raccomandazioni dei pediatri e dell’OMS sottolineano l’importanza di privilegiare sempre l’allattamento esclusivo al seno. Con l’allattamento artificiale la quantità di calorie ingerite dipende da chi prepara e somministra il biberon (dalle sue ansie, competenze, ecc.) che molto spesso è più preoccupato del fatto che il bimbo cresca in fretta e che sia “florido” piuttosto che sia “correttamente” alimentato. E’ noto che un’assunzione eccessiva di calorie nei primi mesi di vita può essere causa di obesità nei bambini e poi negli adulti. Si comunicano questi risultati, osservati casualmente, per sensibilizzare al problema: produttori, pediatri e genitori».
(lm&sdp) da www.lastampa.it

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19 gennaio 2010
Come riempi il «cestino» a tuo figlio?

In Inghilterra si è scoperto che sono i genitori a fare pessime scelte alimentari per i bambini
MILANO - Pane e cioccolato, snacks e bevande dolci nel cestino del pranzo? O, piuttosto, frutta, verdura e yogurt? I genitori inglesi preferiscono mettere in cartella i cibi più amati dai figli, anche se contengono troppi grassi, sale e zuccheri. Lo rileva uno studio commissionato dall’agenzia della sicurezza alimentare inglese e pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health.
LO STUDIO – I ricercatori dell’Università di Leeds hanno «controllato» circa 1.300 zaini in 89 scuole del Regno Unito. E hanno trovato soprattutto patatine e altri snacks, torte e biscotti, bevande zuccherate. «I bambini inglesi consumano ogni anni circa 5 miliardi e mezzo di pranzi al sacco, ma solo l’1% di questi contiene alimenti con tutti i nutrienti previsti per i pasti di chi mangia a mensa», afferma una delle autrici dello studio, Charlotte Evans. La spiegazione? Se preparassero sandwiches coi broccoli, i figli non mangerebbero, sostengono i genitori. Ora, gli esperti s’interrogano su come convincere le mamme a preparare pranzi al sacco con più proteine, latticini, frutta e verdura, necessari alla crescita dei loro figli. La scarsa qualità dei pasti, infatti, potrebbe avere serie conseguenze sull’aumento dell’obesità infantile e quindi sulla salute degli adulti di domani.

E IN ITALIA? – «Da noi la situazione è diversa – dice Carlo Cannella, ordinario di scienza dell’alimentazione all’Università La Sapienza di Roma - . La maggior parte degli studenti italiani mangia a mensa, non porta a scuola il pranzo al sacco preparato dalla mamma. I menu delle mense scolastiche prevedono una grande varietà di cibi: oltre a pasta, frutta e verdura, si alternano porzioni di legumi, pesce e carne; quest’ultima in quantità limitata. Non per niente nel nostro Paese si mangia molto bene». Ma allora come si spiega il sovrappeso di tanti ragazzi? «Di certo, non perché mangiano male a mensa – afferma il nutrizionista – . Il livello della refezione scolastica è buono purché le scuole non abbiano la tentazione di “tagliare” sui pasti: il risparmio non paga; anzi, mette in pericolo non solo la sicurezza alimentare, ma anche quella nutrizionale in una fase in cui i nostri figli hanno bisogno di un apporto equilibrato di nutrienti per la loro crescita. Se ingrassano – conclude Cannella – è perché a volte stramangiano, complici, spesso, mamme troppo ansiose. Una merendina ogni tanto va bene, ma 3 o 4 di seguito assolutamente no».
Maria Giovanna Faiella

da www.corriere.it

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18 gennaio 2010
Nei fast food il più' usato è l'olio di mais
Studio nelle Hawaii accerta che e' il piu' nocivo

(ANSA)- Roma -Nei fast food l'olio piu' usato per friggere e' quello di semi di mais,il piu' nocivo perche' contiene la maggior percentuale di grassi saturi.
Lo rivela uno studio condotto da esperti dell'Universita' delle Hawaii, secondo il quale almeno un quarto delle calorie di un pasto consumato al fast-food viene dall'olio di frittura. La ricerca si e' basata su un'indagine sugli isotopi del carbonio negli oli di cottura di 101 grosse catene di fast-food e 66 piccoli esercizi nelle Hawaii.

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26 maggio 2009
Etichette confuse, spesso ingannevoli, i consumatori chiedono più chiarezza

Poco chiare le informazioni sui contenuti nutrizionali, ancora da approvare il regolamento europeo

Milano - Leggere l'etichetta di un cibo qualsiasi può richiedere uno sforzo titanico. Primo, perché spesso le informazioni sono riportate in maniera sempre diversa e c'è da farsi venire il mal di testa cercando di capire se proteine, carboidrati e grassi di cui si parla si riferiscono a una porzione ragionevole o no (perché mangiare un etto di pasta è probabile, ma trangugiare un etto di pinoli non è proprio cosa da tutti i giorni); secondo, perché non di rado sulla confezione ci sono veri e propri «spot» pubblicitari che fanno pensare di aver fra le mani alimenti in grado di risolvere problemi di salute di ogni tipo. Insomma, manca chiarezza e spesso pure sincerità.

INFORMAZIONI – Prima di tutto, le informazioni nutrizionali: un mezzo caos. Secondo una ricerca australiana presentata ad Amsterdam all'ultimo congresso della Società Europea dell'Obesità, i consumatori fanno fatica a orientarsi e capire davvero che cosa contengono i cibi, qual è la scelta più salutare, qual è l'introito di calorie e nutrienti per una porzione standard. Conferma Massimiliano Dona, Segretario Generale dell'Unione Nazionale Consumatori: «Con le porzioni è difficile districarsi: l'esempio tipico è quello dello yogurt, un vasetto è quasi sempre attorno ai 125-130 grammi mentre le informazioni in etichetta si riferiscono spesso a un etto di prodotto. È dura però mettersi a fare calcoli e proporzioni la mattina a colazione, per capire davvero cosa stiamo mettendo nel piatto». Secondo Bridget Kelly, l'autrice della ricerca presentata in Olanda, una soluzione potrebbe essere passare al sistema del «semaforo» per indicare i contenuti dei prodotti: un pallino rosso, giallo e verde indica se il prodotto in generale è «salutare» oppure segnala quanto sono compatibili con una dieta sana i contenuti in sale, grassi saturi, zuccheri e così via.

SEMAFORO – La Kelly ha testato vari tipi di etichette su 790 australiani, mettendoli di fronte a due diversi tipi di semafori (complessivo oppure parziale dei vari nutrienti) e due differenti etichette con le percentuali delle dosi giornaliere, scoprendo che il metodo del semaforo, molto intuitivo, piace di più e aiuta a fare scelte effettivamente sane in un maggior numero di casi. «Credo che sarebbe utile introdurre obbligatoriamente questo tipo di etichettatura, più chiara e semplice da leggere. Magari non soltanto agli alimenti venduti al supermercato, ma anche alle pietanze sui menu dei ristoranti» ha dichiarato la ricercatrice australiana, ammettendo però che in Europa la regolamentazione in materia favorisce le etichette che indicano la percentuale della dose giornaliera raccomandata. Il motivo lo spiega Dona: «Il semaforo è un metodo di concezione nordeuropea che non trova il nostro apprezzamento. Perché il semplice sconfina nel semplicistico: ci si riduce a dire un sì o un no, assecondando la tendenza a vedere un alimento come buono o cattivo – dice l'esperto –. Invece ogni cibo va valutato sulla base di chi lo assume e della quantità che se ne consuma: il parmigiano fa bene, ma mangiarne mezzo chilo al giorno tutti i giorni non è il caso. Per questo riteniamo che per fare scelte davvero consapevoli sia più utile la percentuale dei vari nutrienti rispetto alla dose giornaliera raccomandata. Naturalmente a patto di segnalare porzioni congrue».

PUBBLICITÀ – Poi c'è un altro problema, sollevato proprio dall'Unione Nazionale Consumatori, che non è meno preoccupante: quante etichette declamano mirabolanti proprietà salutistiche degli alimenti? Insospettabili cereali che fanno dimagrire in quindici giorni, formaggi anticolesterolo, patate che non fanno invecchiare perché contengono selenio e chi più ne ha più ne metta: la fantasia del marketing non conosce confini. Perché di sicuro i prodotti arricchiti possono fare bene e aiutare anche a star meglio, ma da qui a renderli dei quasi-farmaci agli occhi del consumatore ce ne corre. «L'Unione Europea non ha ancora approvato il regolamento comunitario circa i limiti in materia di “claims” pubblicitari sulle etichette degli alimenti, perché prima si deve arrivare a norme che possano essere attuate ovunque – informa Dona –. In questa sorta di interregno i pubblicitari si sono “scatenati”: sfruttando la comune smania del benessere a tutti i costi declamano caratteristiche e proprietà degli alimenti che rischiano di trarre in inganno. Il vero pericolo infatti è pensare che non conta la sana alimentazione o l'esercizio fisico, perché tanto c'è l'alimento x o y che rimedia a tutto. Un messaggio preoccupante: è lo stile di vita nel suo complesso che fa davvero la differenza in termini di prevenzione o cura delle malattie e non il singolo alimento, per quanto arricchito di preziosi nutrienti. D'altro canto – prosegue l'esperto – i consumatori sono sempre più attenti alle etichette: se però queste recano messaggi fuorvianti possono diventare veicolo di cattive abitudini. Senza contare che c'è pure il rischio di svuotarsi il portafoglio acquistando prodotti più cari perché arricchiti, che però lasciano il tempo che trovano se non si fa una vita sana per davvero». Ma come ci si può difendere? «Con la consapevolezza: le aziende possono aver la colpa di calcare a volte troppo la mano sul marketing, ma anche i consumatori devono imparare a leggere meglio le etichette per essere più capaci di comprenderle e capire se le informazioni che vi trovano siano vere o false. Potrebbe essere molto utile, ad esempio, insegnare a leggere le etichette ai ragazzi fin dalla scuola», conclude Dona.

Elena Meli
da corriere.it

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6 Maggio 2009
Poco iodio nella dieta delle gestanti

Padova - Poco iodio nella dieta delle donne in gravidanza. Emerge da uno studio condotto dall'UO di Endocrinologia dell'Azienda Ospedaliera di Padova i cui risultati sono pubblicati sulla rivista Clinical Endocrinology. I ricercatori hanno seguito 322 gestanti di diversa provenienza geografica (217 italiane, 62 dell'Est Europa e 43 di origine africana) e hanno scoperto che soltanto il 13% assumeva la quantita' necessaria di iodio, apporto desunto dalla concentrazione di iodio nelle urine. Nel 33% delle donne l'apporto e' risultato del tutto deficitario con punte del 50% tra le donne africane e dell'Est Europa. Lo iodio e' indispensabile per la produzione di ormoni tiroidei, e una sua carenza comporta il rischio di sviluppare malattie della tiroide e di avere effetti negativi su accrescimento e sviluppo cerebrale; in gravidanza il fabbisogno sale a 200-250 microgrammi al giorno, contro i 150 microgrammi raccomandati negli adulti. (Agr)

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16 aprile 2009
Succhi sì, però la frutta è un'altra cosa

di Isabella Egidi

Conoscenza, consapevolezza e buon senso - a maggior ragione quando si parla di bambini - dovrebbero essere i principi di base da cui prendere le mosse per applicare quotidianamente le regole per un'alimentazione sana e bilanciata.
Da ciò ne deriva che eccessive semplificazioni, demonizzazioni o "sgravi genitoriali di coscienza" -del tipo: gli do questo perché non mangia quest'altro - di norma non giovano alla causa. Andiamo dunque ad affrontare l'argomento "bevande fruttuose", a partire dall'affermazione, più volte ribadita dagli esperti, che succhi o bevande a base di frutta non possono sostituire la frutta fresca né essere l'abituale alternativa al bicchiere d'acqua all'ora dei pasti. E allora, come gestire in maniera corretta l'introduzione dei succhi nell'alimentazione del bambino?
"Nei più piccoli", esordisce Margherita Caroli, presidente dell'European Childhood Obesity Group e pediatra della Asl di Brindisi, "le abitudini alimentari si sviluppano fra i due ed i sei anni. Un uso giornaliero di succhi di frutta può abituare il bambino a bere sempre liquidi dal sapore dolce. Alla lunga ciò può condurre a una limitazione del range dei sapori conosciuti e accettati e al rischio di assumere una quantità eccessiva di calorie. D'altra parte quante madri si lamentano che i figli bevono i succhi di frutta, ma poi non mangiano la frutta corrispondente? Nell'età scolare i giochi sono ormai quasi fatti, e comunque questa tipologia di bevande non è quella che definirei alla base della cosiddetta "piramide alimentare"".
"Un appropriato modello di utilizzo", prosegue la dottoressa Caroli, "potrebbe però essere quello balneare e/o ludico, quando un bambino gioca e si scatena. In questo caso un succo può soddisfare contemporaneamente la sete e il bisogno di energia, sempre che non si tratti di un bimbo in sovrappeso o con problemi metabolici".
Ma oltre alle calorie e alla concentrazione, quali altri aspetti una mamma deve considerare al momento dell'acquisto dei succhi di frutta? "Deve considerare", riprende l'esperta, "che sta dando qualcosa da mangiare al bambino e non solo qualcosa da bere. Questo perché sia i succhi di frutta che i nettari hanno zucchero nella loro composizione. E un bicchiere di succo di frutta azzera il senso di fame perchè uno dei fattori che sviluppa il bisogno di mangiare è un lieve calo della glicemia che viene annullato velocemente dall'ingestione di zucchero a rapido assorbimento".
Ma quale succo di frutta può essere posto ai vertici di un'ipotetica hit nutrizionale? "Indubbiamente la spremuta fatta in casa rimane la forma migliore", afferma Margherita Caroli, "ma c'è una maggiore utilità rispetto a un frutto fresco mangiato in forma solida? Nel momento in cui si sostituisce alla frutta un prodotto industriale abbiamo in primo luogo una diluizione di molti elementi, a seconda della percentuale di succo contenuta; quindi una perdita consistente di fibre alimentari che, fra l'altro, permettono una migliore modulazione della glicemia. Comunque, in un'ipotetica hit, tra i succhi/nettari di frutta si possono citare quelli ricchi di antiossidanti, come, per esempio, quello al mirtillo, un frutto ricco di sostanze importanti per la protezione della capacità visiva".
Se un bambino non ama la frutta, il "succo", magari senza zuccheri aggiunti, può essere una valida alternativa? "Indubbiamente", conclude la dottoressa Caroli, "può essere un'alternativa per breve tempo, quel che basta per fargli conoscere e apprezzare un sapore, ma non non può sostituire la frutta. Come già detto la frutta è fatta anche di una parte solida e i suoi effetti positivi derivano da tutti i suoi componenti, non solo dagli zuccheri. Se proprio vogliamo seguire questa strada si dovrebbe sostituire piano piano la parte solo liquida con frullato di frutta a concentrazione maggiore e poi con frutta a pezzi e infine con frutta intera. Ma intanto il bambino cresce...".
da repubblica.it

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13 aprile 2009
Mangiare con mamma e papà per imparare le buone abitudini
I ragazzi che mangiano regolarmente in famiglia acquisiscono più spesso abitudini alimentari sane

I genitori sanno essere assai stressanti. Soprattutto a tavola, dove non rinunciano alle raccomandazioni salutiste per il bene dei pargoli: la verdura che fa tanto bene, carne e pesce per crescere, il latte per avere ossa forti... Bambini e ragazzi forse ne farebbero volentieri a meno, ma ora uno studio americano dimostra che quei pasti consumati in famiglia sono la base per imparare a mangiare correttamente. Qualcosa di cui ringraziare mamma e papà per il resto della vita, insomma.

ADOLESCENTI – La ricerca, pubblicata sul numero di marzo/aprile del Journal of Nutrition Education and Behavior, è stata condotta da alcuni ricercatori dell'università del Minnesota, negli USA, su quasi 700 ragazzi e ragazze fra i 12 e i 18 anni che avevano partecipato all'indagine EAT, mirata a studiare le abitudini alimentari degli adolescenti correlate a fattori socioeconomici, comportamentali e personali. Primo risultato, niente affatto inatteso: man mano che crescono, i ragazzi tendono a mangiare sempre più spesso fuori casa (pranza e cena regolarmente in famiglia il 60 per cento dei dodicenni e solo il 30 per cento dei diciottenni). Secondo risultato, da sottolineare con l'evidenziatore: chi continua a mangiare con una certa frequenza a casa, assieme ai familiari (il minimo sindacale è 5 pasti alla settimana), ha una dieta mediamente più sana di chi pranza a scuola o con gli amici. Consuma infatti più frutta e verdura e cibi ricchi di calcio, introduce più vitamine e minerali essenziali e mangia fibre in maggior quantità. A dir la verità, mai comunque abbastanza: «Anche molti degli adolescenti che mangiano più spesso in famiglia non raggiungono le quantità giornaliere raccomandate di vegetali, fibre, cereali integrali e micronutrienti come potassio, magnesio o vitamina E», spiega Teri L. Burgess-Champoux, l'autrice della ricerca statunitense. Figuriamoci chi pranza al fast food.

ABITUDINI – Resta il fatto che il periodo «di transizione» fra infanzia ed età adulta sembra essere particolarmente delicato per apprendere le buone abitudini alimentari: «I pasti regolari in famiglia hanno un impatto positivo sulle scelte dietetiche future dei ragazzi», dice la Burgess-Champoux. «Abbiamo verificato che i dodicenni e tredicenni che mangiavano più spesso a casa tendevano ad alimentarsi in modo più sano anche a 5 anni di distanza. I benefici, quindi, sono più a lungo termine di quanto si potrebbe pensare: dovremmo spiegare ai genitori che condividere i pasti coi figli in questa delicata età di transizione è indispensabile per il bene dei figli». Che le abitudini apprese in casa contino più di quanto si pensi lo conferma Laura Rossi, ricercatrice dell'Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (INRAN): «L'obesità si trasmette in famiglia non tanto per i geni, quanto per le cattive abitudini alimentari che si ereditano dai genitori. Quando i bambini e i ragazzi mangiano in famiglia imparano come alimentarsi, acquisendo un “imprinting” che durerà per il resto della loro vita: le abitudini prese da giovani e giovanissimi sono poi difficilissime, se non impossibili da cambiare – spiega Rossi –. Se un bimbo o un adolescente non mangia verdura, è improbabile che cominci a farlo da adulto: è infatti da giovani che si impara ad apprezzare il gusto dei vari alimenti (verdure e frutta comprese), se mamma e papà ce li fanno assaggiare. Per questo è importante consumare i pasti a casa. A patto che, naturalmente, mamma e papà trasmettano davvero sane abitudini».
Elena Meli da corriere.it

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13 marzo 2009
Studio americano: qual’è la porzione giusta?
Molti non lo sanno e tendono a esagerare; il problema si fa sentire di più in chi ha un basso livello di istruzione

Quanto deve essere grande un piatto di spaghetti? Fin dove riempire un bicchiere di succo di frutta? Possono sembrare interrogativi banali, invece non lo sono affatto: prima di tutto perché sapere quali sono le porzioni giuste è indispensabile per mantenersi in forma e in salute, in secondo luogo perché sta per uscire una ricerca statunitense a dimostrare che molti hanno le idee parecchio confuse sul tema.

ISTRUZIONE – Lo studio, in pubblicazione ad Aprile sull'American Journal of Preventive Medicine, non lascia grosso spazio ai dubbi: i ricercatori hanno chiesto a 164 persone di giudicare quale fosse la corretta quantità di diversi tipi di cibo (pasta, carne, frutta, verdura, bevande), scoprendo che moltissimi non ci riescono. In media ha azzeccato la porzione il 62 per cento dei partecipanti, ma a ben guardare le percentuali variano parecchio a seconda dell'alimento in esame: quando si tratta di servirsi un piatto di carne solo il 30 per cento ne prende una quantità adeguata, nel caso del succo di frutta ci riesce una persona su due. E non ci sono state differenze se il cibo di cui veniva richiesta la giusta porzione piaceva o non piaceva agli intervistati; semmai la capacità di giudicare cambia a seconda del grado di istruzione, perché stando ai risultati gli errori sono più frequenti al diminuire del titolo di studio.

ECCESSI – Il vero guaio è che gli errori di giudizio vengono fatti quasi sempre in eccesso: «Nei ristoranti capita spesso di trovarsi di fronte a super-porzioni: questo può portare la gente a sovrastimare la dose corretta dei cibi e di conseguenza a mangiare di più, spianando la strada al sovrappeso», dice Margaret Huitzinga, l'autrice dello studio. C'è da scommetterci che il problema non è solo americano, benché alcune portate faraoniche dei ristoranti d'oltreoceano siano obiettivamente fuori dal comune: basta fare un giro in qualche trattoria per accorgersi che pure in Italia c'è chi è di manica larga con le porzioni. Ma per la tendenza a esagerare non dobbiamo incolpare solo i ristoranti: secondo una ricerca di Jennifer Fisher, docente di Salute Pubblica alla Temple University, la «distorsione delle porzioni» c'è pure a casa. La percezione di «quanto è abbastanza» influenza ciò che viene servito ai bimbi, che spesso finiscono per mangiare troppo: «Se vedono una grossa quantità di cibo nel loro piatto, i bimbi pensano che qualcuno ha deciso che quella è la razione giusta per loro», spiega la Fisher. Di nuovo, tutto ciò succede anche da noi. Con un'aggravante: nei Paesi anglosassoni sono perfino più abituati a ragionare in termini di porzioni, perché da moltissimo tempo sono stati stabiliti gli standard quantitativi di riferimento per ogni alimento.

ITALIA – In Italia è la Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) ad aver pubblicato un documento sugli standard quantitativi delle porzioni, in cui si legge tra l'altro che «la porzione deve essere innanzitutto di dimensioni «ragionevoli», deve cioè soddisfare le aspettative edonistiche del consumatore ed essere conforme alla tradizione alimentare». Il documento è una miniera preziosa per imparare a orientarsi: perché le porzioni sono sì espresse in grammi, ma spesso ci si può aiutare a giudicarle con cucchiai, cucchiaini, bicchieri e via dicendo. Così ad esempio una porzione di latte è pari a un bicchiere da vino standard (per arrivare alle due giornaliere raccomandate basta prenderne una tazza), quella di yogurt equivale a un vasetto da 125 grammi, una porzione da 80 grammi di riso (a crudo) si giudica prendendo 8 cucchiai da minestra colmi. La SINU spiega anche quante porzioni di ciascun tipo di alimento sono raccomandate o permesse nell'arco della giornata: certo, bisogna un po' “studiare” (e forse per questo chi ha un livello di istruzione inferiore fa più fatica), ma con un minimo di impegno non è impossibile imparare che far debordare gli spaghetti fuori dalla scodella non è il massimo o che di carne basta una fettina da un etto.
Elena Meli
da corriere.it

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